Sunday, December 10, 2006

Dogma 1034: Fuori gli sbirri dai quartieri

Dal momento che pare appurato che i blogghi non servano a una minchia (punto 4 delle Sacre Utilità del Blog, SUV: 1_creare discordia 2_incentivare l'anonimato seduto in poltrona 3_non essere letto 4_non servire a una minchia) tanto vale non dare troppa importanza a questo luogo virtuale ed approfittarne soltanto per proporvi i racconti cialtroni che fungono da palestra narrativa per la Prossima Volta: quello che segue è un tentativo di racconto breve e veloce, leggete, e commentate con insulti anonimi come da punto 2.
Per utili commenti dal vivo, Teto e Manse, conto su di voi.
Tutto cominciò di corsa. Lungo viale Sarca, e nessuno sapeva nemmeno come si fosse arrivati fin lì. C’era questo marocchino che correva a perdifiato, e dietro l’agente di Polizia del commissariato Cenisio Gemmi che tentava di stargli dietro. Arrivarono correndo e sembrava proprio se ne sarebbero andati correndo, il marocchino col piumino stracciato che perdeva piume sul marciapiede, Gemmi che aveva perso il berretto da gendarme e sudava rabbiosamente.

La gente guardava, allarmata, incuriosita, qualcuno pure divertito, và là lo sbirro che non ce la fa più. Ma crollò prima il marocchino: ad un certo punto, all’incirca all’altezza di Aldo, storica trattoria toscana lurida ed a prezzi popolari –particolare realizzato solo nell’immaginario di chi non ne era mai stato cliente- il magrebino s’inginocchiò a terra, spompato, e implorò.
Gemmi gli arrivò addosso come uno schiacciasassi, come una palla da demolizione che esagera nell’oscillazione e butta a terra anche i palazzi d’intorno. Ragazzi in pausa pranzo dall’Università Bicocca, che stavano pasteggiando chi da Aldo chi alla mensa della Casa Matta, centro sociale occupato studentesco, erano accorsi in strada attratti dal chiasso che l’evento stava suscitando, ed a quell’impatto dapprima risero di stupore. Gemmi stese a terra il marocchino con un calcio nei reni, poi cominciò a calciarlo sulle costole senza trattenersi, rubizzo d’ira in volto, sempre più forte.
Qualcuno gridò, picchialo piano, suscitando qualche risata e qualche commento d’approvazione o sdegno, ma Gemmi non sentiva niente, pensava solo a caricare ogni calcio più potente di quello precedente, a colpire in petto il nordafricano, mentre quello non riusciva più a respirare tra l’affanno e le percosse, e schiumava dalla bocca.

Vicedomini sopraggiunse ed arrestò la gazzella a pochi centimetri dal fuggitivo, scavalcando il marciapiede. Sulla volante con lui stava seduto mesto e tranquillo un altro marraca, in manette. Vicedomini sbalzò giù dall’auto e si mise a calciare pure lui lo sventurato staffettista marocchino.

L’adunanza civile cominciò ad insultare gli agenti in divisa, vermi, infami, ma quelli parevano sbattersene, pestavano senza far troppo caso alle condizioni del loro sacco di sfogo. Una Uno con sirena sul tettuccio accostò tranquilla al margine di viale Sarca, e ne scese l’ispettore Cristiano Camporosso. Guardò la scena, sorrise amaro e s’accese una Pall Mall blu. Un vecchietto gli si avvicinò chiedendo che avesse combinato il talebano, se fosse un terrorista, ma Cristiano rispose rassegnato: “Niente. Hanno rubato una macchina, lui ed il suo socio, ad Affori. Ed hanno stirato una bambina in Fulvio Testi. Il passeggero s’è consegnato subito, l’altro se l’è data a gambe. Cose che capitano, no?”, e s’avviò a quietare gli animi dei due agenti.

C’era un rombo caotico, quello provocato dalla troppa folla e precedente i disastri meteorologici o le catastrofi naturali. Cristiano ordinò ai due giovani sottoposti di mollare il marrakesh e caricarlo sulla volante, che il lavoro lo finivano i delinquenti onesti a San Vittore, non c’era bisogno di far indagare due agenti per percosse o abuso di potere. Ed appena il marocchino fu ammanettato e chiuso in macchina, arrivò la carica.

Al grido di fascisti, dei poveretti paladini di chissà che tipo di giustizia, come li avrebbe definiti poi Cristiano nel rapporto, assaltò i tre sbirri a calci e sassaiole. Gemmi rovinò quasi subito al suolo. Vicedomini mollò qualche cazzotto nella ressa, Cristiano cercò soltanto di farsi spazio intorno. Poi la schiera di guardiani dei guardiani arretrò disperdendosi. Qualcuno gridò: “È morto!”
E Vicedomini cominciò ad urlare. A piangere, ed urlare.

Gemmi era stato colpito ad una tempia con una pietra scagliata da qualcuno che per dogma politico odiava gli sbirri. Perché i delinquenti non odiano gli sbirri, ne hanno timore o li affrontano impavidi considerandoli merda, magari, o tentano in qualsiasi modo non onesto di farseli amici contagiandoli con la delinquenza ed il soldo facile. Ma alcune religioni partitiche ed extrapartitiche predicano l’odio allo sbirro, nemico del popolo, nemico della libertà. Alcuni politicanti non vogliono portare a processo le mafie, gli strozzini, gli assassini, le madri che massacrano i figli, o i pedofili, ma i poliziotti. Perché i delinquenti sono tutti vittima di un sistema sbagliato, mentre un ventenne che l’unico mestiere che abbia trovato giù in Ciociaria è stato venire ad indossare una divisa blu con un berretto da pirla in testa ed un cannone nella fondina a Milano è un fascista ed un infame. Perché al giornalista piace la rabbia di chi infiamma le strade, ma non piace il tutore dell’ordine che in preda al panico prema il grilletto. Perché lo sbirro ha più poteri e quindi più doveri di un cittadino normale, quindi stia in guardia, la guardia, i suoi guardiani stanno in agguato. E questo modo di pensare, anzi, di non pensare ma acquisire come proprio un ordine socio-politico interessato, Cristiano lo faceva imbestialire, perché faceva proprio il gioco ordito dai potenti, quel mettere l’uno contro l’altro i poveracci e distogliere l’attenzione dal giogo del controllo subliminale con sodomizzazione sociale inclusa. E nella sua testa stava prevedendo tutto con una oculatezza che l’avrebbe stupito, giorni dopo.

Era stato incredibile, pensò Camporosso mentre il cadavere di Gemmi veniva caricato sull’ambulanza a sirene spente, e Vicedomini prendeva a cazzotti un cestino dei rifiuti verde Amsa. Aveva visto Gemmi quasi tutti i giorni, negli ultimi anni, e gli stava anche simpatico, ma di lui sapeva così poco. Non sapeva se avesse una fidanzata, non sapeva di dove fosse originario. Vicedomini, invece, sapeva tutto del collega. Era fidanzato convivente in vista matrimonio con una gran figa bionda, con le orecchie a sventola però. Lei aveva avuto problemi di dipendenza da antidepressivi, robe così, ma da due anni era rinata, grazie a Giuliano. Cazzo, Gemmi aveva anche un nome, si chiamava Giuliano. Ed era del quartiere Isola, di via Volturno, per essere precisi. Abitava nello stesso palazzo dei suoi genitori, milanesi d’epoca. Aveva ventitré anni. Ed era appena morto su un marciapiedi assassinato da un sasso scagliato da uno spocchioso di merda incazzato perché un poliziotto stava, si, è vero, lo stava massacrando, quell’arabo del cazzo, ma Cristo quello aveva stirato una bambina!
Camporosso ascoltò in silenzio Vicedomini, fumando assorto le sue Pall Mall, mentre altri sbirri facevano tutti i rilievi, mentre in cuor suo sperava nessuno facesse quello che lui, per qualche istante, aveva desiderato fare.

Una settimana dopo, il funerale di Gemmi era passato, Vicedomini aveva un nuovo compagno, la sventolona di Gemmi tentava il suicidio coi barbiturici, e Camporosso sapeva chi avesse ucciso l’agente grazie alla videocamera di sorveglianza del benzinaio di viale Sarca. Ma Dio li fa, ed il Diavolo li accoppa.

Perché mentre Cristiano finalmente risolveva un caso con un serio metodo d’indagine, Vicedomini era riuscito a convincere un Commissario ad emanare un mandato di perquisizione per la Casa Matta, dalla quale proveniva in cuor suo l’assassino dell’amico e compagno. Così, mentre Cristiano chiedeva ad Aldo il toscano chi fosse il giovane rivoltoso con la barba ritratto in alcune foto pixellose ottenute dai fotogrammi della videosorveglianza –guardiana dei guardiani dei guardiani- del benzinaio là vicino, il Commissario Fassi caricò due camionette di sbirri antisommossa, tra cui Vicedomini, e partì al comando di un’incursione nei locali della Casa Matta.

Vicedomini stesso sfondò la porta a vetri, peraltro aperta, del Centro Sociale, e s’inoltrò nel piccolo corridoio che accedeva al cortile interno dello stabile ex-industriale seguito da Fassi e diciotto agenti in armatura. Fassi divise il drappello, dieci in cortile e dieci su per le scale che salivano a sinistra nelle stanze degli occupanti. Vicedomini prese le scale.

Crstiano entrò in Commissariato trionfante con il fromboliere in manette, Tiziano Cesari, uno studente di sociologia senza precedenti penali, un ragazzino di diciannove anni che al momento dell’arresto era scoppiato a piangere esclamando “Finalmente!”, e che per tutto il tragitto in macchina con Camporosso aveva spiegato la storia così come l’aveva vissuta lui, che non voleva mica ammazzarlo, ma così, nel gruppo, se non avesse lanciato quella pietra tutti gli avrebbero dato contro, che era un cagasotto e via dicendo. Cristiano aveva quasi avuto voglia di lasciarlo andare, ma poi si consolò convincendosi che se la sarebbe cavata con poco, il Cesari, che tanto la parola Giustizia in Italia si usa solo nella traduzione dei titoli dei thriller americani. Il trionfo fu svilito: Vicedomini era fuori. In missione.

Vicedomini era il compagno di Gemmi da tre anni. Avevano trascorso intere giornate assieme, fino a diventare intimi, più che amici, più che fratelli: ciascuno sapeva che dalla sua attenzione dipendeva la vita dell’altro, oltre che la propria, era un legame di sangue difficile da recidere in maniera diversa che col fallimento o la morte. Vicedomini frequentava Gemmi anche oltre l’orario di lavoro, combinavano uscite a quattro in cui la moglie del primo e la promessa sposa del secondo petulavano di facezie vanesie, mentre i due poliziotti sbraitavano contro i maxischermi che proiettavano il calcio a pagamento nel locale o nel ristorante. Vicedomini aveva promesso a Gemmi che gli avrebbe fatto tenere il figlio che gli stava per nascere a battesimo, e Gemmi invece aveva scelto il collega come testimone di nozze. Vicedomini non aveva potuto far niente per salvare il collega, il compagno, l’amico, il fratello, ed ora il cuore incrinato sotto la sua divisa reclamava una cosa soltanto: vendetta, a tutti i costi.

Mentre il plotone di esecuzione della Polizia di Stato manganellava a freddo chiunque trovasse all’interno della Casa Matta, Vicedomini sfondò una porta con un calcio e si trovò in una stanza occupata da un letto matrimoniale: sul letto stava inginocchiata una ragazza con in testa dei dredd tentacolari biondi, pallidissima, con in braccio un bambino di qualche mese, mentre un ragazzo barbuto stava tentando di spingere un armadio davanti all’entrata della stanza senza successo. Il ragazzo sbiancò e guardò Vicedomini. Lo sbirro ingoiò tutta la furia e si trovò ad essere confuso e spaventato, mentre urla e schiamazzi e tonfi di manganello popolavano l’aria: sollevò la visiera del casco, guardò il ragazzo, perplesso, e poi la ragazza, poi il bimbo, e poi il ragazzo.
“Che fate voi qui?”, chiese.
“Ci abitiamo…”
“Ma è vostra, la creatura?”
“Si”, rispose timoroso il ragazzo barbuto.
“Mannaggia…”, imprecò Vicedomini a bassa voce, lasciando cadere a terra il manganello. Poi levò il casco e chiese: “Ma voi sapete chi ha ammazzato il mio collega, qua davanti, settimana passata?”
“No”, rispose quasi in lacrime la ragazza coi dredd.
“Come si chiama?”, chiese il poliziotto.
“Chi?”
“La creatura…”
“Paco”
“Ma che nome e’mmerde, pore guaglione…”, sorrise Vicedomini, “Che posso prenderlo in braccio?”
I due ragazzi si guardarono perplessi, ma Vicedomini già stava sollevando tra le braccia il piccolo Paco: “Sapete, pure mia moglie è in attesa, deve nascere a dicembre. Ma lo chiamiamo Vincenzo, come mio padre. Ch’accussì le iniziali sono doppia V…”, e si mise a gigionare col poppante.
Entrò Fassi, e gridò: “Trovato qualcosa?”
“Ohè, dottò, non gridate, che spaventate la creatura. Qui non c’è niente, non troveremo niente. Può darsi che mi sono confuso…”, ammise Vicedomini. Riconsegnò Paco alla madre, e senza formalizzarsi col suo superiore, raccolse casco e manganello bisbigliando, “Mi sa che abbiamo combinato una cazzata, dottò, è meglio se ce ne andiamo…”
Fassi rimase con un palmo di naso, e sentì le vertigini immaginando soltanto i titoli dei giornali del giorno dopo. S’era fatto la Diaz a Genova, se l’era cavata, e s’era infilato di testa nella merda.
Vicedomini, invece, tornò in Cenisio.
Gemmi era morto. Ma non era in quel modo che l’avrebbe riportato in vita. Aveva combinato un inutile massacro, aveva messo nei guai il Commissario Fassi, e non aveva trovato neanche l’assassino del suo collega compagno amico e fratello, ed ora probabilmente si sarebbe scatenata una bufera sulla Polizia e lui sarebbe stato pure indagato. Ma mentre attraversava a piedi Niguarda per rientrare al Commissariato di Affori, sorrideva, e decise: Giuliano Vicedomini era uno splendido nome, un nome amico, un nome giusto, per suo figlio.

Wednesday, November 29, 2006

Grazie a Dio

Il racconto prototipo rivisto e completato! Leggete e commentate!
“Buona sera dottor Camporosso”, esordì l’appuntato Gemmi mentre apriva la porta dell’appartamento di via Tracia al suo superiore.
“Gemmi, non sono laureato, non sono nessuno, sono qui per raccomandazione solo a prendere la michetta, quindi chiamami Cristiano e facciamola finita…”. Camporosso, ispettore della Polizia Criminale, per caso e per forza, trent’anni in ottanta chili di muscoli rilassati, avvolto per il lungo in uno spolverino blu che pareva raccolto per la strada, era bonario, schietto, ed ancor più sarcastico. Aveva studiato poco e male, s’era costruito una cultura strana tra romanzi all’italiana e film di Castellari, spolverata di fumetti ed altra non-cultura, e dopo dieci anni di squat e centri sociali presi sempre senza impegno, aveva partecipato al concorso per entrare in Polizia come fosse stato quello del Dixan, solo per i soldi e senza vere intenzioni: sta di fatto che il padre della sua fidanzata era poliziotto, e trovandolo tra i nominativi dei risultati non eccelsi, l’aveva spostato tra i primi dieci privilegiati. Gli amici l’avevano preso per il culo fino all’isterismo, quando l’avevano visto in divisa. Ma dopo il primo stipendio, Cristiano non ci fece più caso.
Ora Cristiano Camporosso era ispettore, perché non era comunque uomo senza qualità, e la divisa poteva smetterla se non nelle occasioni formali, e per il suo carattere s’era guadagnato l’occhio buono dei subordinati, e quello storto dei superiori. Per questo Gemmi rispose: “Dottor Camporosso, lo sa, è più forte di me…”
“Allora non chiamarmi, e dimmi solo che è successo qui.”
“Un macello. Il padre ha preso a fucilate i due figli, dieci e cinque anni, e poi s’è sparato in faccia. Nessun sopravvissuto. I cadaveri sono ancora di là, dove li ha trovati la vicina. Vicedomini è andato ad informare l’ex moglie dell’assassino.”
“Posso vedere i corpi?”
“Certo… si tenga forte, è roba da brivido…”

Camporosso entrò nella camera adiacente all’ingresso in silenzio, ed in silenzio si mise a studiare la scena, immobile sulla soglia. Vedeva un uomo, seduto con le spalle alla finestra con la faccia ridotta a poche frattaglie; un bambino di circa dieci anni col petto dilaniato ed una pistola dello spazio intergalattico di plastica in mano, riverso supino un paio di metri di fronte all’uomo; quindi scorse la piccolissima mano vicina al suo piede destro, un altro bimbo, molto più piccolo del primo, sdraiato prono con un braccino portato in avanti, in direzione della porta, la schiena spaccata da quelli che parevano due colpi di piccone, ed invece erano solo due proiettili sparati da un padre disperato. E disgraziato. Si, perché, pensò Camporosso, solo un padre disperato può arrivare a mangiarsi i suoi cuccioli. E comunque, decise, il suo stomaco avrebbe digiunato anche quel giorno.

“Sigaretta”, chiese. Gemmi rispose porgendogli un pacchetto intero. Cristiano lo aprì, ne estrasse una, la portò alla bocca e l’accese, sbuffò una abbondante boccata di fumo, restituì il pacchetto a Gemmi, e cominciò: “Qual è la prima versione dei fatti?”
“Abbiamo già interrogato la vicina, la signora…”, Gemmi sfogliò un blocco note piccolissimo che teneva nella mano guantata, “… Marchesi.”
“E che dice, questa signora Marchesi?”
“Allora… alle ore 17 circa avrebbe sentito i bambini correre giù per le scale ed entrare in casa del padre.”
“Ce l’hanno un nome, questi bambini?”
“Sharon, la bimba di dieci, Dylan, il bimbo di cinque.”
“Che nomi del cazzo… ma i genitori erano stranieri?”
“Nessuno dei due. La madre si chiama Carmela Zappulla, il padre si chiamava Duilio Zammataro, direi che stanno più a sud di lei, dottore, ma comunque in Italia…”
Camporosso sorrise, chinandosi sul corpicino del piccolo Dylan Zammataro: “E quindi?”
“Appena entrati, ha sentito tre spari, poi un quarto: è corsa a vedere, la porta dell’appartamento sul pianerottolo era aperta. Quando è entrata ha trovato i corpi così come li vede ora lei.”
“Impressioni?”
“Io la penso così, dottore: il padre era divorziato, e la madre abitava due piani qui sopra. Era geloso ed ha sparato ai figli per fare uno sfregio all’ex-moglie.”
“Plausibile. Dov’è Markic?”
“Il dottor Markic dovrebbe arrivare ora assieme al fotografo.”
“Bene. Ci metterà un po’, c’è un sacco di traffico. Quando arriva, chiamami. Io vado di sopra dalla madre dei bimbi… c’è Vicedomini, no?”
“Già. È salito più di mezz’ora fa…”
“A dopo…”

Camporosso salì i due piani a piedi: sul pianerottolo aveva incontrato la disponibilità eccessiva della signora Marchesi, che a quanto pareva voleva farsi interrogare di nuovo da lui. Lui, cortesemente, la tranqullizzò elogiandone la chiarezza espositiva della dichiarazione. Due piani più sopra, Vicedomini fumava una sigaretta davanti alla porta della ex-signora Zappulla.
“Vicedomini, non riuscirai mai a far l’uccello del malaugurio, eh?”
“Oh, buon giorno dottò… io stavo solo… cioè, facendomi coraggio, non so… non so come dirglielo…”
“Fammi, un favore, Vicedomini: c’è una signora, giù, la signora Marchesi, vai da lei, fatti offrire un caffè, e cerca di evitare che diffonda la notizia. A far la cornacchia ci penso io.”

“I suoi bimbi sono morti. Il suo ex marito li ha presi a fucilate, poi s’è sparato.”
“Come, scusi?”
“Ho detto, Camporosso, Polizia Criminale: i suoi bimbi sono morti, il suo ex li ha fucilati e s’è sparato pure lui.”
“Come?””Ho detto, Camporosso, Polizia, i suoi bimbi sono morti a fucilate…”
“Ho capito, ho capito!”
Camporosso sentiva l’odore delle persone. E quando la signora Carmen Zappulla gli aveva aperto la porta di casa, il fiuto gli aveva imposto di essere crudo.
“Prego, entri…”
Carmen Zappulla era una signora oltre i quaranta anche ben tenuta, fresca di tinta nero corvino, pantajazz neri aderenti ed un top di pelo acrilico fucsia con sopra una enorme croce nera a pendaglio dal collo: una attempata adolescente con degli osceni stivali di pitone bianchi col tacco.
“Grazie.”
“Posso offrirle qualcosa?”
“No, grazie, sa, i cadaveri dei bambini ti bloccano lo stomaco…”
“Ah…”
L’atmosfera effettivamente s’era fatta surreale: in un decadente condominio popolare, in un monolocale scalcinato un padre aveva ammazzato i propri figli; due piani più sopra la madre dei bambini, una versione degradata, volgare ed involontaria di Cindy Lauper, in un’enorme appartamento arredato sicuramente da un navigato progettista d’interni, dalle pareti sobrie ed i mobili smussati agli angoli e varia oggettistica di design in esposizione, accoglieva un poliziotto privo del filtro del tatto che le spiegava come erano morti i suoi bambini.
“E quando è successo?”
Camporosso guardò delle lancette nere che spuntavano direttamente dal muro, segnavano le 18 e 15: “Circa un’ora e un quarto fa.”
“E dove sono?”
“A casa di suo marito”, Cristiano estrasse una sigaretta spiegazzata dalla tasca interna dello spolverino.
“Ah…”
“Dov’era lei un’ora e un quarto fa?”, chiese Camporosso, poi accese la sigaretta.
“Ero qui, in casa…”, la Zappulla gli porse un posacenere.
“Qualcuno può confermarlo?”
“Il mio compagno, l’architetto Santi…”
“Ed i bambini?”
“I bambini hanno ricevuto una telefonata dal padre, gli ha chiesto di scendere… mi hanno chiesto il permesso ed io ho detto che andavano pure…”
“Senza permesso non sarebbero morti. Vuol vederli?”
“Certo!”, rispose Carmen Zappulla, d’un tratto sbalenando fuori dal suo stato di ebetismo intellettuale.
“Andiamo.”

Mentre Camporosso e Carmen Zappulla scendevano le scale, Markic, il dottore della scientifica, ed il fotografo salivano. I quattro si incontrarono davanti la porta di Duilio Zammataro, un povero cristo bastardo che aveva ucciso i figli per far dispetto alla moglie che puttaneggiava con un architetto. Si salutarono, poi entrarono nel monolocale, mentre dietro la porta di fronte la signora Marchesi raccontava a Vicedomini della nuora, Cristina, che aveva sposato anche lei uno di polizia, ma di giù, la trattava come a regina, lei stava a casa, ma da brava ragazza madre di famiglia, non come quella prustituta della moglie di Duilio, che s’era cercata i soldi e credeva di essere tornata bambina lei, e i figli in strada, Cristina no, stirava, lavava, cucinava, tutto benissimo, e Vicedomini pensò che la prossima volta avrebbe fatto l’uccello del malaugurio, piuttosto che andare a prendere caffè e mal di testa da un’altra signora Deodata Marchesi.



“Chissà dove vanno i bambini morti ammazzati…”, chiese all’aria sospirando Cristiano, stupendosi di quella sua sciocca ed insensata domanda, mentre la Morte, lì convenuta per adempiere al suo triste e necessario dovere, anche la Morte che se ne stava là invisibile e distratta a fumare tra i cadaveri, ebbe un brivido lungo lo scheletro.
“Gemmi, per favore, un’altra sigaretta…”
“Prego, dottor Camporosso!”
Cristiano accese la sigaretta, poi chiese a Markic: “Allora?”
“Che cazzo m’avete chiamato a fare, si vede ad occhio nudo, quello senza faccia ha sparato ai due bambini, li ha fatti fuori sul colpo e poi s’è fucilato. Ora del decesso, un’ora e mezza fa. Porca puttana, un’ora in macchina per un lavoro di venti secondi!”
“Sei pagato anche tu per questo. Faccio entrare la madre…”
Cristiano spinse la porta della stanza e chiamò la ex signora Zammataro: quella scattò dentro, ed anzi, ancor prima di essere entrata nel locale, cominciò a strillare, fortissimo, sfrenatamente, agitando la testa e strappandosi la chioma tinta con le mani. Gemmi e Markic la raccolsero da terra, inginocchiata, e la riaccompagnarono sul pianerottolo, poi su fino in casa. Cercarono di calmarla, ma le sue grida attirarono comunque l’attenzione di tutto il palazzo. Decine di persone affluirono sulle scale. Cristiano buttò il mozzicone in terra, lo calpestò, e bussò a casa Marchesi. Disse a Vicedomini di far pure portare via i cadaveri, e poi raggiungerlo in macchina. Aveva parcheggiato proprio di fronte al cancello di quel palazzo di via Tracia.

Cristiano aveva una Fiat Uno d’antiquariato, nel senso che ormai la carrozzeria era metallo fossile. La usava come ufficio mobile quando si muoveva, e comunque, di solito, amava trascorrere la domenica in casa, ed il resto della settimana chiuso nella macchina parcheggiata da qualche parte. Ora stava lì, seduto al posto di guida, dopo aver comprato le sigarette sottobanco al bar di via Paravia insieme ad un caffè, e fumava meditando, coi finestrini chiusi, mentre a Milano pioveva una sera di gennaio. Faceva un freddo cane.

Duilio Zammataro aveva ucciso i figli a fucilate. Carmen Zappulla aveva accolto la Polizia allo stesso modo in cui i liberi professionisti accolgono la Guardia di Finanza. Con diffidenza, fino a nascondere il dolore; se anche ce n’era. Non c’erano dubbi su chi fosse l’assassino: ma Cristiano aveva dei dubbi su chi fossero le vittime, e sul motivo di tale macello. E prima di archiviare il caso, voleva delineare al meglio la forma di questi dubbi.

Vicedomini scese in strada appena prima che arrivasse l’ambulanza con le sirene a morto. Ascoltò qualcosa da Cristiano, quindi l’ispettore avviò il motore e partì, mentre il giovane poliziotto lo salutava accondiscendendo a qualche richiesta. E quando le due ambulanze portarono via i tre cadaveri, uno per ogni misura, in strada rimase una pantera, con dentro due giovani poliziotti, Vicedomini e Gemmi, a mangiare un McBacon ed un McFish, bevendo Coca Cola sgasata sotto la fredda pioggia di micropolveri ed acqua gelida di Milano.

Cristiano Camporosso tornava in ufficio dopo un pomeriggio movimentato, con in una mano un pacchetto di Diana Blu, nell’altra un sacchetto di plastica da cui veniva odore di falafel e kebab e spuntavano una bottiglia di Mecca Cola con, nascosta in un tovagliolo, una Moretti da 66. Era stanco, nauseato, ed affamato. Salutò alcuni colleghi, e si infilò nel suo stanzino, a cenare con la scusa di redigere il rapporto del delitto di via Tracia. Il kebab con le patate fritte sopravvisse ancora un paio di minuti, poi fu la volta del panino di falafel, quindi accese una sigaretta e stappò la birra Moretti con l’accendino. Accese il computer. Cliccò due volte sull’icona di Double Dragon II, e si mise a giochicchiare, con la sigaretta in bocca ed il fumo negli occhi. Pensava.

Furono Vicedomini e Gemmi a distoglierlo dal punk vestito di rosso. Camporosso pigiò immediatamente il tasto ESC lasciando sul monitor la schermata di Word. Accese una sigaretta, diede un sorso di birra, si alzò in piedi e chiese ai due poliziotti sull’attenti, bagnati: “Allora?”
“Allora solo freddo, dottore…”, rispose Gemmi, prendendo la sigaretta che gli porgeva Cristiano.

“Dunque l’architetto, uscito secondo le testimonianze del portiere del palazzo circa cinque minuti prima che arrivasse la Polizia, non è tornato a casa, perlomeno per cena. Ma se avessero ammazzato i figli di tua moglie, Vicedomini, tu ti tratterresti al lavoro?”
“Non credo proprio”, rispose accendendo la sigaretta offertagli dal suo giovane superiore.
“Appunto. Avete scoperto intanto dove sia lo studio di questo Santi?”
“Qualcuno ha detto in Bovisa, forse è professore…”, rispose Gemmi, che da quando aveva acceso la sigaretta aveva perso la marzialità dell’attenti.
“Benissimo, domattina andiamo a trovarlo, Vicedomini, raccogli informazioni. Io nutro una convinzione, più che altro un dubbio che è una convinzione: Zammataro è un assassino, spietato, ma folle e disperato. Sono convinto che qualcosa o qualcuno l’ha portato all’estrema decisione di ammazzare i figli. Ora, se io fossi disperato, non verrei a lavorare, come ha fatto Zammataro. Starei chiuso in casa a tracannare Jack Daniel’s, a fumare MS, forse andrei anche a puttane, ma cercherei di problematicizzare ulteriormente la mia esistenza, per distruggermi e farmi schifo. Quando ti fai schifo, e solo allora, puoi ucciderti. A meno che tu non lo faccia per fuggire. L’omicidio si compie per rabbia, calda o fredda; il suicidio per disperato odio verso sé stessi, o per paura del futuro… sedetevi pure, ragazzi… insomma. Semplicemente, io so chi ha ammazzato i bambini, e probabilmente so anche perché. Ma così, a pelle, è tutta questione di pelle, come direbbe Lino Banfi, la Zappulla mi sta sulle palle e sento, così, intuito, che non me la racconta giusta. So che probabilmente perderemo tempo e basta, ma per le prossime 72 ore voglio concentrarmi su quella troia sfatta, sul compagno laureato, e capire perché uno spazzino di 42 anni con la passione della caccia, unico sfogo alle tensioni familiari, prende e ammazza i figli. Ecco tutto.” Prese la Moretti e sorseggiò, dunque accese un’altra sigaretta, e si risedette dietro la scrivania. “Domani, io ed un amico andiamo a parlare con l’architetto. Tu, Gemmi, insieme a Vicedomini, ti fai di nuovo un giretto in via Tracia, in borghese, vai al bar di via Paravia, a quello di piazza Selinunte, ascolti, prendila come una vacanza, ma senti che dice la gente. San Siro è come un paesello, anche se ormai è terra magrebina. Vedrai che qualche notizia interessante viene fuori…”

Gemmi e Vicedomini conoscevano la sporadica logorrea di Cristiano, per questo si erano seduti ancor prima del suo invito. Nonostante questo, ascoltarono le istruzioni con attenzione. Si fidavano ciecamente del dottor Camporosso. Come Camporosso si fidava di Lo Russo Felice, un mastino pugliese alto un metro e sessanta, per 103 chilogrammi di potenza macinatoria nelle braccia e nelle mani.

“Buongiorno, lei è il dottor Santi?”
“Chi desidera saperlo?”
“Camporosso, Polizia. Potremmo farle qualche domanda?”
“Ma anche lui è poliziotto?”
“Certo, perché?”
“Perché già lei è poco credibile, si figuri questo tipo qui…”
Al Pugile prudevano già le mani. Avevano aspettato circa un’ora l’architetto in strada sotto il suo studio, ed a gennaio è una pessima esperienza. La Bovisa stava diventando una piccola Islamabad, le strade erano sempre più lerce, e devastate, cantieri stavano abbattendo ogni vecchia testimonianza dell’antica dignità industriale della zona. Dove stava il saponificio c’erano stati prima gli zingari, i rumeni, gli albanotti, poi la giunta era stanca delle lamentele e aveva deciso di sfondare i soffitti e lasciarli senza un tetto. Ma i parassiti trovano ovunque dove attecchire, sicché s’era risolto tutto in una inutile cattiveria, che non aveva né ripulito la città né salvati gli indigenti. Fosse stato per il Pugile al posto dei bulldozer avrebbe usato il lanciafiamme, stava di fatto che Milano tossiva sempre più malata di tifo e feccia. E quel giorno faceva pure un freddo del cazzo, aggiunse.
Come se non fosse bastato, s’era aggiunto quel viscido architettucolo con la puzza sotto il naso e la saccenza da dittatore nordcoreano. Li fece salire nel suo lussuoso studio, li fece accomodare come fossero stati clochard alla mensa dei poveretti, offrì loro un caffè in tondeggianti tazzone design e si mise a giocare a biliardo, nello studio teneva un biliardo, a casa di Camporosso il soggiorno era più piccolo del panno verde. Lo aiutava a rilassarsi, disse.
Cristiano lo osservò: non tradiva alcun tipo di preoccupazione, sostenendo un’aria di superiorità che metteva a disagio, con i suoi vestiti da architetto, il solito dolcevita coi soliti calzoni alla carrettiera, nero e marrone, gli architetti si vestono sempre a metà tra un carpentiere omosessuale ed uno stilista a cui hanno scippato il buon gusto dieci minuti prima.
“Sa dirmi dov’era ieri sera mentre i piccoli Dylan e Sharon venivano fucilati?”, chiese Cristiano.
“Ero in casa con mia moglie. A quanto ho capito sono uscito poco prima che accadesse tutto…”, rispose tranquillo Santi infilando la prima palla in buca.
“Beh, ad essere sinceri a noi è stato detto che lei sarebbe uscito poco prima dell’arrivo della Polizia…”
“Forse siete stati celeri, per una volta”, ridacchiò l’architetto puntando gli occhi in quelli dell’ispettore, “Sarete stati tanto tempestivi che sul piano della percezione prima dell’accaduto e prima del vostro intervento hanno coinciso, dottor…?”
“Camporosso, ma senza titolo, semplicemente ispettore”, Cristiano si morse la lingua, e sentendo la biglia decisa centrare la buca e finire in deposito, comprese di essere caduto nella trappola. Era furbo, l’architetto.
“Ah, non è laureato?”
“No, non è necessario per essere ispettori”, bravo babbo, si insultò Camporosso. Vedeva la tela intessuta da Sarti e ci si invischiava sempre più.
“Ma ha studiato, però, parla correttamente l’italiano… sa, io ho una certa passione per la lingua e la letteratura”, terza palla in buca.
“Io no, ho solo una certa familiarità con gli stronzi…”, bravo Cristiano, disse il tenente Colombo, grosso come un puffo, appollaiato sulla sua spalla destra, sei cascato nel tranello elementare dell’esperto di una scienza il cui massimo esponente si chiama renzo piano, tutto questo denota l’astuzia del detective.
“Cosa vorrebbe insinuare?”
“Come? Niente, niente. Senta, non ho molto tempo…”
“Ed io ne ho meno di lei, ispettore”, lo interruppe Sarti rimarcando il grado di Cristiano.
“Appunto. Com’erano i rapporti con lo Zammataro?”
“Era un poveretto, incolto, uomo ignorante e di fatica come una bestia da soma. Un disgraziato. Non aveva niente da dire e niente da dare. Spesso sono i gradini inferiori dell’evoluzione a macchiarsi delle più turpi crudeltà, una legge di natura”
“La natura può essere crudele, cruda, cinica, ma è sempre logica. Zammataro ha compiuto un gesto illogico. Ci hanno detto che amava i suoi figli, che li riempiva di regali”
“Certo, ma era geloso che Carmen si fosse ricostruita una vita, era in continua competizione con me, per questo dilapidava tutto lo stipendio in quelle sciocche cianfrusaglie da poche lire che comprava per i figli. Ciarpame acquistato al mercato, mentre io potevo dare loro tutto ciò che desiderassero. Lui non lo capiva, voleva indietro la sua famiglia, senza capire che averla persa era soltanto colpa sua, della sua inettitudine, della sua mediocrità”
“Ha una gran considerazione del povero Duilio, vedo”, disse Cristiano alzandosi in piedi, “Ma ne parla con scherno, con biasimo, senza rancore, senza l’odio che dovrebbe provare per chi ha ucciso i suoi figliocci. Lei è freddo, distaccato, tradisce quasi soddisfazione”
“Ma come si permette?”, s’indignò Santi.
Cristiano accese una sigaretta, una Diana Blu, e fece cenno al Pugile di venir via: “La ringrazio, dottor Santi…”

Il Pugile soffiò vapore furioso dal naso taurino: “Sai che penso, Campo? Penso che sia stato questo figlio di puttana a sparare ai bambini e pure al padre!”
“No, ti sbagli. È troppo intelligente per una cosa del genere. Come i veri figli di puttana deve essere stato sottile. Molto sottile. Però è colpa sua.”
“Hai qualche piano? Per incastrarlo?”
“E per chi cazzo m’hai preso, per il tenente Colombo? Questo ci ha fottuti tutti: la passerà liscia, se non ci sono testimoni, e comunque al massimo la passa liscia poi in tribunale. Il mondo e la burocrazia giudiziaria stanno coi figli di puttana…”
“Vaffanculo”, sbuffò col naso il Pugile, come i buoi che avevano dato il nome alla zona, Bovisa da boves, che non era latino ma milanese, e Felice Lo Russo non capiva niente del primo e meno del secondo, al massimo in Bovisa cercava le vacche, quelle umane, ma a suo avviso era solo una zona affollata da porci arabi e spocchiosi universitari del cazzo, con le loro troie a panza di fuori e la riga del culo in bella mostra, che bella umanità di merda, ed il suo amico pulotto lo tirava su ammettendo la realtà, che nessuno paga mai, che gli stronzi cadono sempre sul culo, che puoi ammazzare un bambino e filarla liscia e nessuno ti potrà mai dire niente, mica come ai tempi di Toni Ganassa, quando i pedofili in carcere li prendevano a sgabellate sulla testa e sulla schiena, senza preoccuparsi di non ammazzarli, anzi. “Oh, mi hai fatto girare le palle, andiamo a scroccare da bere al Gatto, già che siam qui, non dire di no”

Dalla Bovisa a casa del Gatto in Affori a piedi ci volevano cinque minuti, in macchina un quarto d’ora di sensi unici, semafori e carrozze di latta incolonnate. Il Gatto se ne stava a casa a curar la bronchite, causata dal freddo, secondo lui, provocata dalle troppe sigarette a detta dei suoi polmoni. Accolse i suoi amici interdetto, a petto nudo svelando la sua impressionante magrezza ricucita da centinaia di punti di sutura, la maggior parte dei quali monito alla sua ed altrui sciocchezza. L’appartamento della casa di ringhiera era un disastro: all’esterno fatiscente, all’interno dominato da un disordine dissennato, libri e fumetti ovunque, una pila di compact disc instabile e più alta del tavolo. Il soggiorno era arredato da una libreria strabordante, una cristalliera colma di robacce, il tavolo da pranzo, un divano, due poltrone; una finestra a balconcino senza persiane illuminava la stanza anche di notte tramite un lampione appeso a pochi metri dall’apertura. Tale arredamento si sarebbe potuto scorgere se non fosse scomparso sotto le tonnellate di alimenti per la fantasia che il Gatto possedeva e lasciava in giro. L’unico spiazzo libero sul pavimento era coperto da un tappeto con sopra accartocciata una coperta di lana ed una chitarra senza corde.

“E c’hai la bronchite e te ne vai in giro a petto nudo?”, lo rimproverò il Pugile sfilando il cappello di lana dalla testa, “E poi c’è un nebbione di fumo di sigaretta, grazie al cazzo che non guarisci se continui a fumare, babbo!”
Il Gatto rispose imbarazzato: “No, ma adesso sto bene, sono in convalescenza ma sono guarito…”

Sedettero dove poterono ed il Gatto stappò tre birre Moretti, dopo essersi infilato una maglietta nera con sopra disegnato un braccio mozzato che spruzzava sangue stringendo ancora salda l’elsa di una spada. Camporosso raccontò la storia brutta di Zammataro e dei bambini, interrotto metodicamente dagli imprechi del Pugile. Il Gatto ascoltò distratto, poi più per riflesso condizionato che per aver capito davvero qualcosa chiese: “E tu come la vedi, Campo?”
“Io”, disse Camporosso, “Sono convinto che l’architetto e l’ex moglie abbiano indotto Zammataro a compiere la strage, magari sottoponendolo a qualche forma di tortura psicologica…”
“E come pensi di provarlo?”, temporeggiò il Gatto.
“Non posso provarlo. Non posso né accusarli né arrestarli. L’unica prova che ho, che poi una prova non è, è chè dai tabulati della Telecom risulta una chiamata della Zappulla allo Zammataro intorno all’ora della strage… ma non ho niente di concreto in mano. Me la vedo già la troia che telefona all’ex marito mentre se lo fa piazzare in culo dall’architetto ansimando, umiliandolo, spingendolo a cercar vendetta sparando ai figli. E quel povero cristo coglione prende la carabina e spara ai figli e poi s’ammazza. E vaffanculo…”
“Fantapornografia”, commentò il Gatto dubbioso ma credendoci un poco. Poi sbiancò.
Una voce di donna, all’improvviso.
“I bambini non si toccano”, rabbiosa, solenne. Lulù, con gli occhi lucidi ed i denti stretti comparve dall’ingresso in soggiorno, il caschetto nero di capelli bagnati tirato all’indietro, addosso solo l’accappatoio di Capitan America. Si voltarono tutti e tre a guardarla, quella bambina che in realtà era una donna, non alta ma attraente, infantile, d’una bellezza che forse non poteva essere oggettiva ma indubbiamente era la più adatta possibile, la più complementare, alla personalità del Gatto.
Solo a quell’epifania Camporosso scorse sul tappeto, accartocciati con la coperta, uno slippino fucsia, una gonnellina scozzese, delle calze di nylon ed un reggiseno anch’esso fucsia non generoso ma ammiccante.
Lulù ebbe un brivido, mentre il Gatto arrossiva ed il Pugile veniva fatto preda da un mutismo assoluto dovuto al colpo di tosse di Cristiano che gli aveva fatto notare l’intimo sul tappeto. La bimba ferita chiese, perdendo una lacrima, “Che pensi di fare, Cristiano?”
“Io non penso di far niente. Ci pensi Dio…”
Dio, che aveva trascorso l’ultima mezz’ora nascosto in bagno a sbirciare le abluzioni sensuali di Lulù, sentendosi nominare si vergognò come a loro tempo avevano fatto Adamo ed Eva, e senza rifletterci troppo sopra esclamò, “Ci penso io”, e scomparve, lasciando intendere che quella voce fosse stato lo sciacquone azionatosi per vita propria.

Lulù si vestì con degli abiti del Gatto, senza reggiseno e con dei boxer da uomo, per evitar di recuperare il suo intimo sul tappeto in presenza di Cristiano e del Pugile. Con la mimetica e la felpa nera –gli indumenti più sobri che avesse reperito tra gli stracci del felino- sembrava un tredicenne androgino più che una ragazza. Salutò sommessamente ed uscì trafelata, per andare a scuola, disse.
La curiosità, si sa, è femmina, e così il Pugile giustificò la sua domanda rivolta al Gatto: “A scuola? Ma quanti anni c’ha?”
“Ventidue. Tutte le mie ragazze hanno meno di ventidue anni. A ventidue di solito mi lasciano, dura lex sed lex…”, rispose amaro il Gatto.
“Appunto, non vi siete lasciati mesi fa?”, intervenne Camporosso.
“Si”
“Vi siete rimessi insieme?”
“No”
“E allora che cazzo ci faceva qui, Lulù?”
“Passava…”
“E si faceva una doccia di passaggio?”
“A casa sua hanno la caldaia rotta…”, si poteva sentire lo stridore delle unghie del Gatto appigliate con tutta la loro forza a tutti i vetri del suo reame.
“E si doveva spogliare in soggiorno, per fare la doccia?”, insistette Cristiano sollevando gli slippini fucsia filatelici rinvenuti sul tappeto.
“E fatti un po’ i cazzi tuoi, Campo”, troncò il Gatto, alzandosi ad occhi bassi e tutto rosso per recuperare un altro giro di Moretti.

Vicedomini si fiondò nell’ufficio dell’ispettore Cristiano Camporosso, un paio d’ore dopo, svegliandolo dal suo torpore alcolico: “Mi scusi, dottò!”
Cristiano cerco di capire dove fosse ora che aveva ripreso coscienza, “Non c’è problema, Vicedomini, che c’è?”
“Una voce che abbiamo sentito al bar, io e Gemmi, oggi.”
“Che voce?”
“Per i bambini ammazzati, dottò… l’architetto, lì, il nuovo marito della madre… fessava di continuo il padre…”
“Fessava? Che vuol dire fessava, Vicedomini?”
“Che lo torturava, tipo… lo umiliava… non lo so, me l’ha detto Gemmi…”
“Vessava. Deve aver detto vessava. Comunque, continua, Vicedomini”, spronò Camporosso, chiedendosi che diavolo di cognome fosse quello.
“E comunque l’architetto, lì, diceva sempre a quell’altro che se teneva le palle doveva portare via i bambini, ma no portarli via che poi se li andava a riprendere, proprio ammazzarle, le creature, doveva spararle, che così faceva capire alla moglie che era un uomo…”
“Capisco”, Cristiano era compiaciuto delle sue intuizioni e disgustato dall’aver avuto ragione, mentre un rutto acido di baffi Moretti gli tornava sotto al naso, “Scusa… e qualcuno ha testimoniato?”
“Nessuno è disposto a farlo, perché so’ solo chiacchiere, e le chiacchiere fann’e’ppiruocchie, dottò… e poi lo sapete, sono case popolari, arabi e meridionali, lì lo sbirro non lo vuol fare nessuno, è pieno di omerdosi, come si dice…”
“No, no, è giusto, merdosi. Merdosi omertosi…”
“E allora, che putimme fa, dottò?”
“Tu puoi darti una calmata, e smettere di parlare in dialetto”, che Vicedomini aveva bisogno di molta calma per l’italiano, mentre l’agitazione era dialettale, “E noi non facciamo niente, senza testimoni. La Polizia ha le mani legate…”
“Speriamo in Dio, dottò…”
“No, speriamo negli uomini”, concluse Cristiano, con un bagliore crudo negli occhi.

L’architetto Santi parcheggiò in strada, la solita notte popolata di arabi del quartiere San Siro, e nel cortile buio del supercondominio dove abitava la nuova compagna, in attesa che la sua villetta a Paderno Dugnano fosse rifinita, ebbe una sensazione, ovattata: un bambino gli sparò con una pistola dello spazio intergalattico. Per un attimo la notte inghiottì il respiro di Santi, poi riconobbe il piccolo marocchino, e ringhiò: “Vaffanculo, mohammed di merda!”

Il Pugile e l’Ispettore stavano cenando a casa del Gatto, il quale manifestava una certa ansia di sbolognarli fuori. Mangiavano kebab e pizza, mentre Cristiano spiegava di voler prendere in disparte l’architetto, farlo coricare di mazzate da Felice Lo Russo e costringerlo a confessare sotto minaccia: probabilmente non avrebbe pagato comunque, ma almeno la soddisfazione di rompergli la faccia…
Il Pugile si mostrò entusiasta e deciso, e fissarono il tutto per la notte stessa. Il Gatto non li avrebbe seguiti, si disse debilitato dalla lunga degenza, e la sua convalescenza comparve sulla porta in minigonna a pieghe, calze autoreggenti, camicetta sbottonata sotto un cappotto rosso Benetton: aveva la faccia sana e sorridente di Lulù, la convalescenza, un sorriso sincero e pulito, ammiccante al peccato solo nel colore del rossetto. Cristiano e Felice lanciarono al Gatto un’occhiata dubbiosa se deriderlo o mandarlo a cagare.

Santi salì le scale, che nelle case popolari non c’è l’ascensore, e notò che ai suoi passi facevano eco quelli delle corse su e giù di alcuni bambini. Ma non una voce, non uno strillo, solo il rumore di quelle corse singhiozzate per la tromba delle scale. Bussò alla porta di Carmela Zappulla, e quando imprecò che nessuno veniva ad aprirgli, si rese conto di aver bussato alla porta di Duilio Zammataro. Rabbrividì.

Inquieto, salì le scale ancora, il suono di mille organetti hammond sintetici lo assordava acuto ritmato da quei passetti.

Carmela aprì, e non era la donna che aveva scopato fino a quella mattina. Il viso scavato, i capelli in disordine, scalza, con indosso una tuta coperta da pallini di lanugine. Non era più una Milf. Era una madre che s’era resa conto d’aver fatto ammazzare il frutto del proprio grembo. Santi la guardò, irrequieto ed ancora spaventato, ma prima di preoccuparsi per Carmela, si rammaricò che quella sera non avrebbe chiavato. Poco male, coi brutti pensieri che aveva avuto e quel freddo polare non sapeva neanche se sarebbe stato in grado di tirarlo su dritto.
“Che c’è?”, chiese con una sicurezza incrinata da qualcosa.
“Ti rendi conto? Ti rendi conto che abbiamo ucciso i figli miei? Ti rendi conto?”, ed esplose in lacrime.
“Li ha ammazzati quel coglione di tuo marito, i tuoi figli!”, sbottò Santi, “E ci ha fatto un favore, a tutti e due, io non voglio figli miei, figurati i figli suoi!”
“Oddio, aggia accise glie figlie mie…”
“E sta’ zitta, Cristo! O vuoi che ti butti giù dal balcone?”
Poteva sembrare una frase detta così per dire nel trasporto dell’ira. Ma Carmela comprese, qualcosa nella voce, qualcosa negli occhi, che quell’uomo non stava parlando a vanvera, così per dire. L’avrebbe gettata seriamente dal balcone, ed avrebbe testimoniato che s’era suicidata per il dolore della perdita dei figli. L’avrebbe passata liscia, ora che le aveva rovinata la vita, al primo rimorso l’avrebbe annullata, per sempre.
“Sai, amore”, cercò di calmarsi Carmela, “Ho visto Dylan, prima”
“Che?”
“Dylan. Nella sua cameretta. Con Sharon…”
“Tu sei pazza!”

La tazza del cesso gorgogliava. Feti cagati nelle fogne, neonati incastrati nei cassonetti, poppanti strangolati, bimbetti stuprati e sgozzati, in fila, riemersero dalle acque putride del water closet. Le loro carni erano putrescenti, i loro aliti non acidi di latte ma di ratti e rifiuti. Rifiuti! Ecco cosa erano, o perlomeno cosa erano stati. Squittivano rosicchiando la porta del bagno, rotolarono fuori e si arrampicarono sulle pareti del corridoio, fin nella luttuosa cameretta di Dylan e Sharon. Là Dylan e Sharon giocavano, lei con un’imitazione di Barbie, lui sparando a quegli invasori alieni con la sua pistola dello spazio intergalattico.

Il branco di morticini fissava idrofobo Carmela e Santi che attraversavano il corridoio: “Ti dico che li ho visti, guarda anche tu!”, insisteva Carmela.
Santi infilò la testa nella cameretta dei suoi figliastri, accese la luce dell’interruttore, ma la lampadina lampeggiò tre volte e si fulminò. Con una lama di luce infiltrata dal corridoio, Santi entrò nella stanza e, nonostante la sensazione di essere al banco d’accusa in un tribunale sovraffollato, appurò che nessuno era lì. Fu quando Dylan lo mirò in fronte con un raggio fotonico che Carmela lo colpì, alla nuca.
Santi non capì, e non avrebbe mai capito, cosa lo avesse colpito e lo avrebbe ammazzato. I morticini incitavano Carmela, Dylan e Sharon si sollevarono in piedi, a guardar silenziosi l’esecuzione ormai sentenziata. Carmela, con le forbici recuperate poco prima in corridoio di fianco al telefono, colpì di nuovo il suo nuovo compagno, al collo, ed ancora, ed ancora, finchè la testa di Santi non si disfò in colate di materia cerebrale tra fiotti di sangue.
Il primo colpo, la paura. Il secondo, di terrore. Il terzo, ormai è fatta, al quarto, indietro non si torna. Il quinto, la vendetta, il sesto di rimorso, sette colpi fatti d’ansia, otto colpi di nervoso. Al nono, poi, aveva smesso di contarli.
Quando Santi smise di avere qualsiasi tipo di reazione, i morticini, che avevano strillato garrito squittito furiosi ed eccitati come babbuini, si quietarono: raccolsero l’anima dell’architetto e quella di Carmela, ormai condannata, strappandole dai loro corpi vuoti, e zampettarono in fila, seguiti dagli spettri spaesati di Sharon e Dylan, coi loro trofei fino alla tazza del cesso, per trascinarli ai loro inferi e divorarli.
Ecco che fine fanno i bambini quando muoiono ammazzati.

Camporosso parcheggiò in via Zamagna, scesero dalla sua Uno antiproiettili lui ed il Pugile, percorsero via Tracia di fretta a capo chino, decisi. L’ispettore si sarebbe giocato il tesserino, ma era troppo convinto d’avere ragione, di essere nel giusto, contava su questo, e solo per questo azzardava l’azione.
Al citofono non rispose nessuno. Cristiano pensò, sono usciti a festeggiare, e pigiò il pulsante Marchesi risoluto ad aspettare Santi e Carmela sul pianerottolo. Salirono le scale, Camporosso faceva strada. Giunti al piano, per uno strano riflesso, girarono la maniglia e la porta di casa Zappulla si aprì: le luci accese erano smorte, ed in fondo al corridoio Cristiano ebbe la strana impressione di scorgere una fila di gremlins ridacchiare zompettando via veloci.

Cristiano s’era salvato il tesserino: trovò Carmela Zappulla in stato confusionale davanti al cadavere dalla testa maciullata dell’architetto Santi. Forse Santi gli fece meno ribrezzo in quel momento che non nel suo studio. Carmela non parlava e non si muoveva. L’ispettore Cristiano Camporosso avrebbe archiviato il caso Zammataro come strage immotivata, avrebbe mandato la Zappulla in un ospedale psichiatrico, ma non avrebbe mai risolto i due casi, non avrebbe mai avuto una risposta definitiva su quella serie di vite interrotte, sui perché, su che fine fanno i bambini morti ammazzati.
Grazie a Dio.

Wednesday, November 22, 2006

Presentazione_la nuova versione



Benvenuti alla Fiera del Qualunquismo, al circo surreale del Razzismo! Guardate i nostri attori crogiolarsi nel pressapochismo, in questo squallido ed epico fumetto privo di disegni! Il Libro Nero del Gatto, l’ho chiamata, questa storia ambientata nell’Ammalata Ammaliatrice, la Milano che fu nera, gialla, ma mai così policroma e poliglotta. La Milano criminale che trema, odia, e la Milano reale il cui asfalto ho calpestato con la suola delle scarpe.

Che succede quando brucia un Centro Sociale Occupato Autogestito? Chi ne gioisce, chi ne beneficia, chi si sente ferito? E chi se ne accorge? È a questo punto che, affrontando contingenti naziskin, ultras, maruja, chinatown, cinghios, albatros, rumeni, ninja, pulotti, caramba, squatter, punkabbestia, rastoni, avvocati, spettri, imprenditori, kebab, ciclisti, fino a trovarsi nella grande battaglia di Milano, Cristiano Camporosso entra in gioco. Poliziotto raccomandato, interista, non laureato, perdente per scelta o per destino, la burocrazia gli affida il caso contando sul fatto che lui non lo risolverà. Ma Cristiano decide di portare a conclusione qualcosa, per una volta nella vita.

Forte della sua brigata d’amici(un Pugile delle Puglie, traslocatore di Bruzzano; un malmostoso pingue amante di alcool e sigarette dalla Comasina; un annoiato impiegato comunale cinico ed enorme), col Gatto, instabile post-punk anarchico e perdigiorno, reazionario utopista, esperto di nulla, Camporosso indaga, una pista segnata col sangue e le fiamme. E nel mentre il Gatto redige il suo Libro Nero, intriso d’odio e sofferenza, senza mezzi termini e senza buonismi, qualunquista, si, ma qualunquista è il popolo.

1700 sigarette saranno abbastanza per non concludere un cazzo? Ed il Gatto risolverà la sua relazione in bilico sul cavo telefonico con Lulù? Buoni e cattivi sono chiaramente schierati, o nessuno è buono né cattivo?
È più importante farsi domande o darsi risposte?

Una storia di amicizia e città, di cambiamenti e disordini, di sogni infranti e sogni viventi, narrata col ritmo e coi toni del fumetto, malinconica, delirante, sarcastica, ironica, tracotante, a sfiorare l’epica, una storia che sa di vero e surreale allo stesso tempo: la questione, forse, non è quanto il romanzo assomigli alla realtà. Il problema sarebbe se la realtà somigliasse al Mondo Nero del Gatto.

Friday, November 10, 2006

Novità concorsiali

Il Libro Nero del Gatto ha perso da pochi giorni il Premio Letterario "L'Autore" della casa editrice Firenze Libri.
Presto verrà spedito ad un altro concorso letterario, mentre il suo autore comincia a valutare la scelta autoproduzione, mentre frullano in capo molte idee ma nessuna geniale.
Per intanto, ringrazio nuovamente le persone che hanno creduto in me durante la scrittura e dopo la lettura.
Se qualcuno ha qualche idea, la posti pure qui.
Non mi preoccupo, comunque: Camporosso, il Gatto, Trentalibbre, il Pugile, il Brucia e tutti gli altri continuano a consumare kebab ad orari improbabili, continuano a sussistere ad esistenze reali, e prima o poi torneranno a fare capolino tra le nebbie della mia fantasia. Non per vincere, ma come al solito, per sopravvivere alle sconfitte con un sorriso ed un Baffo Moretti.

Monday, November 06, 2006

Fumetto di sigaretta

Ed intanto, le otto tavole del primo comic autoconclusivo del Gatto sono state terminate dalla splendida mano di Stefano Forte. Mancano lettering e colorazione, che sono in mano a Giulia.
Spero presto di potervene mostrare un'anteprima.

Wednesday, November 01, 2006

Il Libro Nero del Gatto

Stereotipata fiera del qualunquismo! Tendone circense del razzismo! Il tutto giostrato con compiaciuto pressapochismo! La questione non è se questo mondo possibile assomigli alla realtà: il problema sarebbe se la realtà somigliasse al Mondo Nero del Gatto!
Un grosso fumetto privato dei disegni, un fumetto sub-eroistico: non-eroi senza poteri, ed anzi, qualora ne abbiano, sono difetti!
Una grossa novità, a proposito, attende l'universo del Gatto. Una novità a china...
Con la scrittura non giudico mai: traggo si ispirazione da personaggi reali, ma è un modo creativo, utilizzato da Arthur Conan Doyle come da Hemingway, i personaggi reali fungono da attori che interpretano, nel mio fantasticare, i ruoli dei personaggi irreali. Ovvio che si somiglino, ma non c'è mai giudizio in loro. C'è considerazione. Fare considerazioni ipotetiche non è giudicare. Giudicare a quanto pare, perlomeno da come si comporta gran parte dei commentatori di questo blog, significa solo condannare o scagionare. Considerare significa lodare un aspetto che piace e biasimare uno che no, soprattutto senza il serioso assolutismo che una certa tracotanza diffusa, senza una ragione pretesa. Oltretutto, l'ultima volta che ho giudicato qualcuno ho scardinato una bicicletta a calci, abbaiato in faccia alla povera di questa proprietaria, pagatole le riparazioni dal ciclista e sentitomi una merda fin'oggi al solo ricordo. Io non giudico, perciò, considero, porto avanti il mio pensiero conscio che sia solo il mio, lo sostengo perchè se no non sarebbe il mio, e non credo, e non mi interessa, di essere per forza nel giusto.
Quando scrivo però, come in ogni altra mia azione, utilizzo sempre il mio nome e la mia faccia. Per onestà e lealtà. Per sconsiderato coraggio e appassionato timore. E perchè lo sbaglio mi umilia e mi frustra ma mi ha sempre insegnato qualcosa -chi intesse morali in proposito si guardi attorno con lucida schiettezza per quattro minuti, potrebbe scoprire di vivere uno sbaglio-.
Comincio ad esser spossato da questo battagliare. L'assedio sfibra l'equilibrio.

Monday, October 30, 2006

...sognava di vendere parole, ed intanto le regalava...

L'armatura ronin, fetida, lercia, lucida di grasso e usura, la indossava con orgoglio, e rispetto. Ogni piccola cicatrice, ogni graffio sul cuoio dell'armatura, rappresentava una storia, e la reputava una bella storia, perlomeno, la Sua storia. La indossava oggi, rappresentava il sedimentarsi di ogni esperienza nella sua anima e nel suo corpo. Ci affrontava il futuro, ogni secondo, ogni giorno, senza fare un cazzo, certo, perchè la vita ti cade addosso, ti piove addosso, se sei disposto a bagnarti, la gusti appieno in ogni minuzia, altrimenti, apri un ombrello fatto di imposizioni, ti rintani in una casa che chiamano dignità, stato sociale, e diventa lavoro, titolo, auto, soldo, sesso, guardi piovere fuori, e racconti a te stesso che chi è fuori a bagnarsi è sfortunato, svantaggiato. Non vive davvero. Non ha le palle per entrare nella fortezza prigione che qualcuno, ghignando, chiama società.
Lui camminava sotto la pioggia, sognava di vendere parole, ed intanto le regalava. Ogni tanto intravedeva qualcuno alla finestra osservarlo e biasimarlo. Non gli veniva neanche da rompergli i vetri a sassate. Gli faceva pena, perchè non poteva uscire, convinto che la pioggia fosse sporca, convinto di voler stare a morire nella sua bara di pay-tivù e (in)dipendenza, convinto che uscir dalla routine ogni tanto fosse libertà, senza capire che la libertà è semplicemente un altro tipo di routine. La routine del fà-come-ti-pare.

La tragicomica favola del neo-fascismo

L’altro giorno, insieme al Brucia, il Gatto ha visto un film di Carlo Lizzani del 1976 intitolato “San Babila ore 20: un Delitto Inutile”. Le sue impressioni sono state che il film fosse tecnicamente ottimo, con una struttura strepitosa che anticipava di vent’anni la drammatica giornata dell’Odio di Kassovitz. Un film che trova il suo unico difetto nell’inverosimiglianza cialtronesca dei personaggi, ridotte a macchiette caricaturali e subdolamente faziose del movimento neofascista. Il film rendeva grotteschi e ridicoli luoghi comuni sulle destre: brutti, ottusi e cattivi, i fascisti si muovono in branco, hanno perversioni sessuali tipo provare l’orgasmo solo usando a dildo un manganello, usano violenza per coprire le proprie vergognose debolezze, sono dei codardi; i rossi, dal canto loro, sono figure dignitose ed eroiche, equilibrate, un comunista da solo tiene testa a trenta fascisti armati, i comunisti praticano l’amore romantico che i fasci non comprendono praticando solo lo stupro.
Il Gatto accende una sigaretta appena rollata e sottolinea che non condanna l’ideologia di fondo del film, non perché sia giusta, ma perché le ideologie sono roba che o le rispetti tutte o nessuna. Lui non ne rispetta nessuna. Condanna il macchiettismo parziale con cui viene connotato il drammatico fenomeno sanbabilino.
È un film di valore, comunque, per alcune idee, piccole, come la polizia connivente che sempre presente ignora premeditatamente ogni tipo di scontro politico, e grandi, come la caccia ed il delitto inutile finali, tra l’altro narrati con maestria cinematografica.
Dunque, un film, conclude il Gatto, che sarebbe stato pure bello se non rovinato da quel dogmatismo critico di un certo modo ottuso di fare politica a destra (vedi Renzo Martinelli con Porzus, ad esempio) e a sinistra. Un buon thriller, girato bene, ambientato in una distopia che eccede il realismo straripando in una favola, tragica per temi e intreccio, comica nello studio parodistico di personaggi portati non all’estremo, ma oltre.

Wednesday, October 25, 2006

Milano sta morendo! (Neve Nera)

Andate sul Quartier Generale del Collettivo Kalashnikov, cliccando sul link a lato dello schermo. Leggete il post del 25.10.06. Ed allora conoscerete tutta la storia.
La storia di come è cominciato tutto. Anche il Libro Nero del Gatto. La storia di quattro ragazzi che cominciarono a suonare per gioco e per gridare. La storia di un sedicenne che si sentiva come se stesse accarezzando i testicoli del mondo pronto a strizzarli per stenderlo ai suoi piedi, ignaro che invece avrebbe passato il resto dei suoi giorni in una fellatio imposta. Una disfonia intitolata 101%Odio, Milano AnarcoCrustCore, il preludio, una storia finita e mai dimenticata, la prima storia.
Dal KCHQ potrete scaricare tutto il materiale reperibile di questa fase fondamentale della mia vita. Vi consiglio di farlo. Sennò mando il Pugile a casa vostra, e sono volatili per diabetici.
PS_grazie a Sarta e Puj per aver pubblicato la retrospettiva.
PPS_se non si fosse capito, 101%Odio era il nome del nostro primo gruppo musicale, in cui io urlavo.

Tuesday, October 24, 2006

Teto sei il più dritto! E delle tue critiche faccio tesoro perchè mi indicano il cammino, sebbene sia opposto a quello che consigli...
L'Anonimo, quello con la A maiuscola, è supremo.
A chi mi accusa di patetismo rispondo: "Povero Chicco..."
Restate sintonizzati, che avrò presto novità...

Wednesday, October 18, 2006

Martedì

Sono accadute alcune cose, martedì.
La prima, in ordine cronologico, è che ho avviata la conclusione del racconto pilota di Camporosso, spero entro un mese di terminarlo e proporvelo su questo bloggo.
Poi sono stato a Villa Litta.
La sera ho trovato in viale Certosa, grazie a Giulia, un pub molto carino, una versione pulita e attraente del Nobel, di nome Black qualcosa, comunque è un irish pub, lo riconoscete, che offre birra a 4 euro (!), con 6 (sei!) varietà e fa pure tabaccaio quindi è proprio un posto strafigo dove passare la serata del pigro perdigiorno. Si dice abbiano pure il Risiko, ma se non rosiko, io a Risiko ci giuoco solo coi Carabinieri del Libro Nero del Gatto.
La cameriera di questo pub è una ragazza bellissima (si, si, è bellissima!) e deliziosa, simpatica e cordiale, dai lunghi dredd neri e gli occhi intensi, un'amica di Giulia, Michela. E questo splendido angelo metropolitano marchisgiano sta leggendo, tra un turno di lavoro ed una lezione, il mio romanzaccio.
Comunque, Michela abita in via Cannero ed ogni tanto scorge lo sbarluccichio della pelata di Raul.
Ma la cosa più importante è: BIRRA A 4 EURO!!!

Tuesday, October 17, 2006

Polizziottesco!

Da sempre appassionato al poliziesco all’italiana, fin da piccino quando mio zio Michele mi costringeva a seguire la serie di tutti i film con Maurizio Merli, Franco Nero e Tomas Milian facendomi da balio ad ogni mia influenza alle elementari, sebbene lui poi preferisse Giuliano Gemma e Bud Spencer, ho conservato una sorta di affetto misto a interesse per quel magnifico periodo cinematografico grazie alle ricerche cinematografiche del Collettivo Kalashnikov.
Sicchè ieri sera, grazie ad un nastro vhs avariato e rancido prestatomi dal Doktor Puj, ho conosciuto quello che mi permetto di definire il poliziottesco assoluto.
Si tratta de Il Grande Racket di E. G. Castellari, una pellicola del 1976 che per protagonista ci presenta un Fabio Testi (!) perfettamente a suo agio nel ruolo di un maresciallo di polizia frustratamente schierato contro un racket che impesta Roma fin nelle ossa.
Credo che probabilmente Walter Hill si sia ispirato all’incipit del film di Castellari per alcune scene de I Guerrieri della Notte, come riprese come la serie di fermoimmagine per presentare il Marsigliese, boss dell’estorsione, con musichetta funky piovuta dal niente deve avere per forza influito sui registi dei pulp ridoloni alla The Snatch. E la struttura ad anello del Grande Racket riesce a rendere perfettamente l’idea di umiliazione del senso di Giustizia fronteggiata dalla società, dal popolo, negli anni di piombo. Qui Testi fa si capire che il Poliziotto è Solitudine e Rabbia, non come il bel chiomato Merli.
Quello che colpisce è la sceneggiatura di ferro del film, che riesce a rendere l’idea di un’epopea compressa in due ore, mantenendo sempre un ritmo serrato e teso. E poi…
E poi questo è il blog del mio romanzo, quindi sfrontatamente mi permetto. Certo i personaggi di Castellari sono drammatici, mentre i miei son tragicomici, ma vedere Testi che non riesce mai a concludere un cazzo, oppresso dai superiori, perdente per condizione, riuscire a fare sempre una scelta che per colpa di altro si rivela sbagliata, mi ha posto davanti ad un Camporosso serio. E vedere Testi che a quel punto, perso tutto, mette su una squadra di perdenti e perduti, mi ha fatto pensare un poco alla Brigata Camporosso. E vedere Testi che poi comunque alla fine forse vince, ma forse non vince un cazzo, bene, era proprio una delle sensazioni che volevo rendere, ma trent’anni fa, su un registro e su tematiche diverse, c’erano già arrivati. Che dire poi della manipolazione della massa comunista per minacciare un supermarket che non vuol pagare il pizzo, dunque saccheggiato in nome del proletariato da ingenui che ingrassano invece il cancro della civiltà? E di quando il popolo, becero e bovino, si lascia influenzare dalle menzogne dei fomentatori delle masse per il linciaggio di un rapinatore inerme ed inoffensivo?

Il Grande Racket è il polizziottesco assoluto. Là in alto, con lui, stanno altri film, che però si distaccano dalla propria definizione per irrompere nel noir o nel thriller. Il magnifico Milano Odia-La Polizia non può sparare, di Umberto Lenzi, un nero che racconta del delinquentastro, e per questo ancor più pericoloso, Giulio Sacchi/Tomas Milian; il totale Milano Calibro 9, di Fernando di Leo, un nero che deifica nel pantheon degli antieroi l’unico Ugo Piazza/Gastone Moschin; ed il crudissimo Cani Arrabbiati-Semaforo Rosso di Mario Bava, thriller spietato e senza speranza con un grandioso Don Backy. Si, si, quello di Pregherò.

TROMAnzo

Questa è la brillante definizione che Danielino ha dato del Libro Nero del Gatto.
Spero di non scoprire che l'anonimo di ammazzailgattoammazzailgatto è il Dingo, perchè potrei spennargli la bionda chioma che sto morendo dalla curiosità, che è femmina, ma è anche felina!

Tuesday, October 10, 2006

5 Copie Calde di Stampa!

5 nuove copie sono pronte. Chi ne abbisogna me le chieda. Chi può far copie mi faccia delle copie. Venite venite al circo Gallone, il circo del qualunquismo e del razzismo! Ridete o piangete, leggete, comprate, pensate, ciò che più è importante, Pensate, e Sentite...

Monday, October 02, 2006

Ronin7


Questa avrebbe potuto essere una delle immagini del Gatto. Poi non lo è stata, ma non si sa mai.
Se in linea ci sono ragazze che vogliono uscire con me, per favore fatelo! [messaggio promozioanale]

Sunday, October 01, 2006

Mezzo Racconto Pilota, e nacque Camporosso Cristiano, ispettore

Questo è un racconto pilota incompleto, che scrissi per mettere Camporosso in Polizia. Infatti Camporosso in partenza doveva essere un investigatore privato. Comunque, ecco a voi il caso per ora irrisolto di due bimbi fucilati dal padre suicida...

“Buona sera dottor Camporosso”, esordì l’appuntato Gemmi mentre apriva la porta dell’appartamento di via Tracia al suo superiore.
“Gemmi, non sono laureato, non sono nessuno, sono qui per raccomandazione solo per prendere la michetta, quindi chiamami Cristiano e facciamola finita…”. Camporosso, ispettore della Polizia Criminale, per caso e per forza, trent’anni in ottanta chili di muscoli rilassati, avvolto per il lungo in uno spolverino blu che pareva raccolto per la strada, era bonario, schietto, ed ancor più sarcastico. Aveva studiato poco e male, s’era costruito una cultura strana tra romanzi all’italiana e film di Castellari, spolverata di fumetti ed altra non-cultura, e dopo dieci anni di squat e centri sociali presi sempre senza impegno, aveva partecipato al concorso per entrare in Polizia come fosse stato quello del Dixan, solo per i soldi e senza vere intenzioni: sta di fatto che uno zio della sua fidanzata ad libitum era poliziotto, e trovandolo tra i nominativi dei risultati non eccelsi, l’aveva spostato tra i primi dieci privilegiati. Gli amici l’avevano preso per il culo fino all’isterismo, quando l’avevano visto in divisa. Ma dopo il primo stipendio, Cristiano non ci fece più caso.
Ora Cristiano Camporosso era ispettore, perché non era comunque uomo senza qualità, e la divisa poteva smetterla se non nelle occasioni formali, e per il suo carattere s’era guadagnato l’occhio buono dei subordinati, e quello storto dei superiori. Per questo Gemmi rispose: “Dottor Camporosso, lo sa, è più forte di me…”
“Allora non chiamarmi, e dimmi solo che è successo qui.”
“Un macello. Il padre ha preso a fucilate i due figli, dieci e cinque anni, e poi s’è sparato in faccia. Nessun sopravvissuto. I cadaveri sono ancora di là, dove li ha trovati la vicina. De Carli è andato ad informare l’ex moglie dell’assassino.”
“Posso vedere i corpi?”
“Certo… si tenga forte, è roba da brivido…”

Camporosso entrò nella camera adiacente all’ingresso in silenzio, ed in silenzio si mise a studiare la scena, immobile sulla soglia. Vedeva un uomo, seduto con le spalle alla finestra con la faccia ridotta a poche frattaglie; un bambino di circa dieci anni col petto dilaniato ed una pistola dello spazio intergalattico di plastica in mano, riverso supino un paio di metri di fronte all’uomo; quindi scorse la piccolissima mano vicina al suo piede destro, un altro bimbo, molto più piccolo del primo, sdraiato prono con un braccino portato in avanti, in direzione della porta, la schiena spaccata da quelli che parevano due colpi di piccone, ed invece erano solo due proiettili sparati da un padre disperato. E disgraziato. Si, perché, pensò Camporosso, solo un padre disperato può arrivare a mangiarsi i suoi cuccioli. E comunque, decise, il suo stomaco avrebbe digiunato anche quel giorno.

“Sigaretta”, chiese. Gemmi rispose porgendogli un pacchetto intero. Cristiano lo aprì, ne estrasse una, la portò alla bocca e l’accese, sbuffò una abbondante boccata di fumo, restituì il pacchetto a Gemmi, e cominciò: “Qual è la prima versione dei fatti?”
“Abbiamo già interrogato la vicina, la signora…”, Gemmi sfogliò un blocco note piccolissimo che teneva nella mano guantata, “… Lo Russo.”
“E che dice, questa signora Lo Russo?”
“Allora… alle ore 17 circa avrebbe sentito i bambini correre giù per le scale ed entrare in casa del padre.”
“Ce l’hanno un nome, questi bambini?”
“Sharon, la bimba di dieci, Dylan, il bimbo di cinque.”
“Che nomi del cazzo… ma i genitori erano stranieri?”
“Nessuno dei due. La madre si chiama Carmela Zappulla, il padre si chiamava Duilio Zammataro, direi che stanno più a sud di lei, dottore, ma comunque in Italia…”
Camporosso sorrise, chinandosi sul corpicino del piccolo Dylan Zammataro: “E quindi?”
“Appena entrati, ha sentito tre spari, poi un quarto: è corsa a vedere, la porta dell’appartamento sul pianerottolo era aperta. Quando è entrata ha trovato i corpi così come li vede ora lei.”
“Impressioni?”
“Io la penso così, dottore: il padre era divorziato, e la madre abitava due piani qui sopra. Era geloso ed ha sparato ai figli per fare uno sfregio all’ex-moglie.”
“Plausibile. Dov’è Markic?”
“Il dottor Markic dovrebbe arrivare ora assieme al fotografo.”
“Bene. Ci metterà un po’, c’è un sacco di traffico. Quando arriva, chiamami. Io vado di sopra dalla madre dei bimbi… c’è De Carli, no?”
“Già.”
“A dopo…”

Camporosso salì i due piani a piedi: sul pianerottolo aveva incontrato la disponibilità eccessiva della signora Lo Russo, che a quanto pareva voleva farsi interrogare di nuovo da lui. Lui, cortesemente, la tranqullizzò elogiandone la chiarezza espositiva nell’esposizione. Due piani più sopra, De Carli fumava una sigaretta davanti alla porta della ex-signora Zappulla.
“De Carli, solita incapacità a comunicare notizie spiacevoli, eh?”
“Oh, buon giorno dottor Camporosso… io stavo solo… cioè, facendomi coraggio, non so… non so come dirglielo…”
“Fammi, un favore, De Carli: c’è una signora, giù, la signora Lo Russo, vai da lei, fatti offrire un caffè, e cerca di evitare che diffonda la notizia. Alla signora ci penso io.”

“I suoi bimbi sono morti. Il suo ex marito li ha presi a fucilate, poi s’è sparato.”
“Come, scusi?”
“Ho detto, Camporosso, Polizia Criminale: i suoi bimbi sono morti, il suo ex li ha fucilati e s’è sparato pure lui.”
“Come?””Ho detto, Camporosso, Polizia, i suoi bimbi sono morti a fucilate…”
“Ho capito, ho capito!”
Camporosso sentiva l’odore delle persone. E quando la signora Carmen Zappulla gli aveva aperto la porta di casa, il fiuto gli aveva imposto di essere crudo.
“Prego, entri…”
Carmen Zappulla era una signora oltre i quaranta anche ben tenuta, fresca di tinta nero corvino, pantajazz neri aderenti ed un top di pelo acrilico fucsia con sopra una enorme croce nera a pendaglio dal collo: una attempata adolescente con degli osceni stivali di pitone bianchi col tacco.
“Grazie.”
“Posso offrirle qualcosa?”
“No, grazie, sa, i cadaveri dei bambini ti bloccano l’appetito…”
“Ah…”
L’atmosfera effettivamente s’era fatta surreale: in un decadente condominio popolare, in un monolocale scalcinato un padre aveva ammazzato i propri figli; due piani più sopra la madre dei bambini, una versione degradata, volgare ed involontaria di Cindy Lauper, in un’enorme appartamento arredato sicuramente da un navigato progettista d’interni, dalle pareti sobrie ed i mobili smussati agli angoli e varia oggettistica di design in esposizione, accoglieva un poliziotto privo del filtro del tatto che le spiegava come erano morti i suoi bambini.
“E quando è successo?”
Camporosso guardò delle lancette nere che spuntavano direttamente dal muro, segnavano le 18 e 15: “Circa un’ora e un quarto fa.”
“E dove sono?”
“A casa di suo marito”, Cristiano estrasse una sigaretta spiegazzata dalla tasca interna dello spolverino.
“Ah…”
“Dov’era lei un’ora e un quarto fa?”, chiese Camporosso, poi accese la sigaretta.
“Ero qui, in casa…”, la Zappulla gli porse un posacenere.
“Qualcuno può confermarlo?”
“Il mio compagno, l’architetto Santi…”
“Ed i bambini?”
“I bambini hanno ricevuto una telefonata dal padre, gli ha chiesto di scendere… mi hanno chiesto il permesso ed io ho detto che andavano pure…”
“Senza permesso non sarebbero morti. Vuol vederli?”
“Certo!”, rispose Carmen Zappulla, d’un tratto sbalenando fuori dal suo stato di ebetismo intellettuale.
“Andiamo.”

Mentre Camporosso e Carmen Zappulla scendevano le scale, Markic, il dottore della scientifica, ed il fotografo salivano. I quattro si incontrarono davanti la porta di Duilio Zammataro, un povero cristo bastardo che aveva ucciso i figli per far dispetto alla moglie che puttaneggiava con un architetto. Si salutarono, poi entrarono nel monolocale, mentre dietro la porta di fronte la signora Lo Russo raccontava a De Carli della nuora, Cristina, che aveva sposato anche lei uno di polizia, ma di giù, la trattava come a regina, lei stava a casa, ma da brava ragazza madre di famiglia, non come quella prustituta della moglie di Duilio, che s’era cercata i soldi e credeva di essere tornata bambina lei, e i figli in strada, Cristina no, stirava, lavava, cucinava, tutto benissimo, e De Carli pensò che la prossima volta avrebbe fatto l’uccello del malaugurio, piuttosto che andare a prendere caffè e mal di testa da un’altra signora Deodata Lo Russo.


“Gemmi, per favore, un’altra sigaretta…”
“Prego, dottor Camporosso!”
Cristiano accese la sigaretta, poi chiese a Markic: “Allora?”
“Che cazzo m’avete chiamato a fare, si vede ad occhio nudo, quello senza faccia ha sparato ai due bambini, li ha fatti fuori sul colpo e s’è sparato. Ora del decesso, un’ora e mezza fa. Porca puttana, un’ora in macchina per un lavoro di venti secondi!”
“Sei pagato anche tu per questo. Faccio entrare la madre…”
Cristiano spinse la porta della stanza e chiamò la ex signora Zappulla: quella scattò dentro, ed anzi, ancor prima di essere entrata nel locale, cominciò a strillare, fortissimo, sfrenatamente, agitando la testa e strappandosi la chioma tinta con le mani. Gemmi e Markic la raccolsero da terra, inginocchiata, e la riaccompagnarono sul pianerottolo, poi su fino in casa. Cercarono di calmarla, ma le sue grida attirarono comunque l’attenzione di tutto il palazzo. Decine di persone affluirono sulle scale. Cristiano buttò il mozzicone in terra, lo calpestò, e bussò a casa Lo Russo. Disse a De Carli di far pure portare via i cadaveri, e poi raggiungerlo in macchina. Aveva parcheggiato proprio di fronte al cancello di quel palazzo di via Tracia.

Cristiano aveva una Fiat Uno d’antiquariato, nel senso che ormai la carrozzeria era metallo fossile. La usava come ufficio mobile quando si muoveva, e comunque, di solito, amava trascorrere la domenica in casa, ed il resto della settimana chiuso nella macchina parcheggiata da qualche parte. Ora stava lì, seduto al posto di guida, dopo aver comprato le sigarette sottobanco al bar di via Paravia insieme ad un caffè, e fumava meditando, coi finestrini chiusi, mentre a Milano pioveva una sera di gennaio. Faceva un freddo cane.

Duilio Zammataro aveva ucciso i figli a fucilate. Carmen Zappulla aveva accolto la Polizia allo stesso modo in cui i liberi professionisti accolgono la Guardia di Finanza. Con diffidenza, fino a nascondere il dolore; se anche ce n’era. Non c’erano dubbi su chi fosse l’assassino: ma Cristiano aveva dei dubbi su chi fossero le vittime, e sul motivo di tale macello. E prima di archiviare il caso, voleva delineare al meglio la forma di questi dubbi.

De Carli scese in strada appena prima che arrivasse l’ambulanza con le sirene a morto. Ascoltò qualcosa da Cristiano, quindi l’ispettore avviò il motore e partì, mentre il giovane poliziotto lo salutava accondiscendendo a qualche richiesta. E quando le due ambulanze portarono via i tre cadaveri, uno per ogni misura, in strada rimase una pantera, con dentro due giovani poliziotti, De Carli e Gemmi, a mangiare un McBacon ed un McFish, bevendo Coca Cola sgasata sotto la fredda pioggia di micropolveri ed acqua gelida di Milano.

Preparativi
Cristiano Camporosso tornava in ufficio dopo un pomeriggio movimentato, con in una mano un pacchetto di Diana Blu, nell’altra un sacchetto di plastica da cui veniva odore di falafel e kebab e spuntavano una bottiglia di Mecca Cola con, nascosta in un tovagliolo, una Moretti da 66. Era stanco, nauseato, ed affamato. Salutò alcuni colleghi, e si infilò nel suo stanzino, a cenare con la scusa di redarre il rapporto del delitto di via Tracia. Il kebab con le patate fritte sopravvisse ancora un paio di minuti, poi fu la volta del panino di falafel, quindi accese una sigaretta e stappò la birra Moretti con l’accendino. Accese il computer. Cliccò due volte sull’icona di Double Dragon II, e si mise a giochicchiare, con la sigaretta in bocca ed il fumo negli occhi. Pensava.

Furono De Carli e Gemmi a distoglierlo dal punk vestito di rosso. Camporosso pigiò immediatamente il tasto ESC lasciando sul monitor la schermata di Word. Accese una sigaretta, diede un sorso di birra, si alzò in piedi e chiese ai due poliziotti sull’attenti, bagnati: “Allora?”

“Allora solo freddo, dottore…”, rispose Gemmi, prendendo la sigaretta che gli porgeva Cristiano.

“Dunque l’architetto, uscito secondo le testimonianze del portiere del palazzo circa cinque minuti prima che arrivasse la Polizia, non è tornato a casa, perlomeno per cena. Ma se avessero ammazzato i figli di tua moglie, De Carli, tu ti tratterresti al lavoro?”
“Non credo proprio”, rispose accendendo la sigaretta offertagli dal suo giovane superiore.
“Appunto. Avete scoperto intanto dove sia lo studio di questo Santi?”
“Qualcuno ha detto in Bovisa, forse è professore…”, rispose Gemmi, che da quando aveva acceso la sigaretta aveva perso la marzialità dell’attenti.
“Benissimo, domattina andiamo a trovarlo, De Carli, raccogli informazioni. Io nutro una convinzione, più che altro un dubbio che è una convinzione: Zammataro è un assassino, spietato, ma folle e disperato. Sono convinto che qualcosa o qualcuno l’ha portato all’estrema decisione di ammazzare i figli. Ora, se io fossi disperato, non verrei a lavorare, come ha fatto Zammataro. Starei chiuso in casa a tracannare Jack Daniel’s, a fumare MS, forse andrei anche a puttane, ma cercherei di problematicizzare ulteriormente la mia esistenza, per distruggermi e farmi schifo. Quando ti fai schifo, e solo allora, puoi ucciderti. A meno che tu non lo faccia per fuggire. L’omicidio si compie per rabbia, calda o fredda; il suicidio per disperato odio verso sé stessi, o per paura del futuro… sedetevi pure, ragazzi… insomma. Semplicemente, io so chi ha ammazzato i bambini, e probabilmente so anche perché. Ma così, a pelle, è tutta questione di pelle, come direbbe Lino Banfi, la Zappulla mi sta sulle palle e sento, così, intuito femminile, che non me la racconta giusta. So che probabilmente perderemo tempo e basta, ma per le prossime 72 ore voglio concentrarmi su quella troia sfatta, sul compagno laureato, e capire perché uno spazzino di 42 anni con la passione della caccia, unico modo di sfogare le tensioni familiari, prende e ammazza i figli. Ecco tutto.” Prese la Moretti e sorseggiò, dunque accese un’altra sigaretta, e si risedette dietro la scrivania. “Domani, io e De Carli andiamo a parlare con l’architetto. Tu, Gemmi, insieme al dottor Russo, ti fai di nuovo un giretto in via Tracia, in borghese, vai al bar di via Paravia, a quello di piazza Selinunte, ascolti, prendila come una vacanza, ma senti che dice la gente. San Siro è come un paesello, anche se ormai è terra magrebina. Vedrai che qualche notizia interessante viene fuori…”
Gemmi e De Carli conoscevano la sporadica logorrea di Cristiano, per questo si erano seduti ancor prima del suo invito. Nonostante questo, ascoltarono le istruzioni con attenzione. Si fidavano ciecamente del dottor Camporosso. Come Camporosso si fidava di Russo Pasquale, un mastino pugliese alto un metro e sessanta, per 103 chilogrammi di potenza macinatoria nelle braccia e nelle mani.

Saturday, September 30, 2006

La Lista Nera del Gatto


Ecco un giochino sadico e masochista per il vostro scrittore:
chi ha letto la storia dell'ispettore Camporosso, commenti qui in tre righe le sue impressioni salienti sul romanzo. Io ve ne sarò grato, e contemporaneamente stileremo un elenco di lettori e renderemo l'idea di un giudizio collettivo.
Punto. Poi cercate di pubblicizzarmi il più possibile, se siete con me, e datemi idee e direzioni da seguire per far sì che la mia storia raggiunga più fantasie possibili!

Thursday, September 28, 2006

Commenti

Volevo solo avvertirvi che da adesso chiunque può commentare questo blog. Infatti, non sapendo come funziona 'sta robba, avevo un blocco commenti. Grazie alla mia agente, manager, illustratrice, correttrice e ragazza che mi ha mollato lasciandomi con un pugno di polvere e bei ricordi in mano, ho saputo il problema e come risolverlo.
Vi aspetto, ospiti su questo bloggo!

Wednesday, September 27, 2006

DIY

Mentre attendo di far qualcosa con questo mio romanzo, ho avviato la sua distribuzione in puro stile DIY. Ovvero, faccio fotocopie o do fotocopie ad altri da fare per poter leggere le bizzarre avventure nere della Brigata Camporosso.
In realtà faccio tutto questo per un motivo banale nella sua semplicità: ho scritto un romanzo per farlo leggere a più persone possibili. Quello che faccio, lo faccio nel mio piccolo mondo, certo, ma davvero è gratificante trovare persone interessate alla lettura di questo Libro Nero.
In questo momento sono molto stanco, ed ho una forte ansia, son cose un po' così, certo, è che ho costruito qualcosa a cui tengo, dedicandoci quasi due anni, mi ci sono affezionato. Vorrei delle gratificazioni, può sembrare immodesto, ma credo sia umano, a 27 anni, sperare di sentirsi dire "Va bèh, qualcosa di buono hai fatto..."
La gratificazione maggiore è semplice: essere letto.
Ora debbo solo capire come cazzo fare, capirlo bene, se qualcuno lo sa suggerisca.

Per intanto: fotocopie, stampate, fotocopie, e tanti euro... machissenefrega, è stato così bello scriverlo, chi lo legge rende ancor più bello averlo scritto!

Tuesday, September 26, 2006

Il Gatto


Questo è un mio pessimo schizzo del Gatto. Ognuno fa quello che può.

Il Noir è una scusa per raccontare città e persone. Io ho raccontato le mie. Perchè le amo.

A presto, su questo monitor, alcune mie considerazioni. Inutili, però se uno c'ha tempo da perdere almeno ci si distrae un poco. Io gli consiglio di leggere il Frank Miller's Robocop, quello che m'ha rubato l'idea dello sciopero della Polizia. Però se l'ha già letto, può bighellonare qui. è gratis...

Sunday, September 24, 2006

(PARENTESI DI VITA IRREALE)

Sono tornato stasera da Torino, dove con i Kalashnikov sono stato ospite dei Seminole in un divertente concerto allo sGabrio, un centro sociale di lì. Inutile dire che perdere le giornate coi miei amici Kalashnikov è stato divertente ed appagante, e che suonare il synth azzeccando addirittura i tasti da schiacciare è stato motivo di grossa soddisfazione...

Comunque, credo di avere scoperto una città più nera di Milano: Torino fa PAIURA!
L'abbiamo attraversata in macchina, e vi dico solo che nei pressi del mercato di Porta Palazzo abbiamo tirato giù le sicure delle portiere per il caos da mercato arabo che ci circondava, nel giro di pochi minuti abbiamo assistito ad uno scippo di collana e ad una scazzottata tra un bielorusso e 4 arabi. La gente parcheggia le auto sulle striscie che dividono le corsie!!!
Nella zona di Porta Nuova sembrava di attraversare Bagdad nella sua notte più oscura con reminescenze da poliziottesco anni '70, i travestiti lì sono uomini di 50, 60 anni vestiti da donna, noi almeno abbiamo i transessuali con il seno, lungo via Nizza prostitute di 60 e pass'anni tentavano di invogliarci con frasette sensuali tipo "Vuoi che t'accompagno, capo?" mentre arabi vendono il pane per terra, decine di ubriachi, brutti ceffi che ti dicono di aprire gli occhi, stranieri avariati, ed un tanfo di orina letale per le narici... hanno pure provato a fottere il portafogli all'Annalisa.
E se la situazione dell'odore non migliora in giro per la porzione di città che abbiamo visitata, non migliora neanche la situazione malattia urbana, vie borghesi di negozi e ragazzetti ben vestiti, e zone d'ombra popolate da un popolo di ratti che si nutrono di scarti... capisco perchè Dazieri abbia ambientato la Cura del Gorilla a Torino!!!
Niente male, direi, niente male... magari vado a viverci qualche mese!

...allora si fermò a guardare il pacchetto appena sverginato...


Questa è la copertina provvisoria del Libro Nero. I disegni sono miei. Giulia sta lavorando però ad alcune splendide illustrazioni che spero poter pubblicare su questo fottuto blog al più presto.
Tra poco pubblicherò alcune mie noiose consideazioni sul mio romanzo, e ne approfitto per ringraziare Gionny e sua mamma per avermi fatto notare alcuni errori vergognosi come svenì per svenne.
Infine grazie a tutti coloro che mi hanno scritto via mail, trovo il vostro supporto sempre fondamentale. Se potete pubblicizzare questo blog, fatelo!

Friday, September 22, 2006

…sulla prima stava scritto TRAMA…

Il Libro Nero del Gatto vuole essere un noir, parlare di una città, Milano, e di chi la vive e la subisce.
Un venerdì sera viene dato alle fiamme il Centro Sociale Kontenitore, e tra le ceneri viene rinvenuto il cadavere di un ragazzo ucciso con una sprangata in testa.
La Polizia decide di affidare il caso a Cristiano Camporosso, ispettore per raccomandazione, interista, uscito dall’Università senza laurea. Cristiano, il perdente per antonomasia, intuisce che ai piani alti l'indagine è scomoda, e gli è stata affidata contando che non venga risolta.
L'ispettore, svogliatamente, comincia le indagini e pian piano s’impunta, vuole portare a fondo la faccenda: contatta il Gatto, vecchio amico post-punk anarcoide e conflittuale, e gli chiede un aiuto. Le indagini riguardano tutti coloro che possono avere in astio un Centro Sociale come Essere Vivente nel tessuto urbano, spacciatori arabi, gang sudamericane, triadini cinesi, skinheads, ultrà, vicini di casa, i padroni dell’area. Intanto un misterioso Uomo Vestito di Bianco pedina onnipresente Camporosso e la sua brigata.
Camporosso ed i suoi improbabili compagni viaggeranno confusi attraverso la varietà umana affascinante proprio perché mai passibile di un giudizio assoluto, tra ninja, Dio, spettri, mercenari, scontri di piazza, sbirri, birra, ultrà, vivranno drammi, combineranno cazzate, scazzotteranno a destra e manca, mentre il Gatto redige il suo inquietante Libro Nero, mentre la città impazzisce in un’ondata di violenza paradossale nella sua logicità. Finchè….
Cazzo...

Thursday, September 21, 2006

Spenta la sigaretta, aprì un pacchetto nuovo...

Ebbene, la stesura del Libro Nero del Gatto è giunta infine alla sua conclusione. Per ora il romanzo l'hanno letto in tre, e mi aspetto i loro commenti in questo sito. E quelli di tutti coloro che seguiranno!
Presto vi parlerò del libro e vi mostrerò gli splendidi disegni fatti da me e Giulia sui personaggi di questo noir dannato ambientato a Milano tra centri sociali e strade sporche. Conoscerete l'ispettore Cristiano Camporosso ed il suo amico Gatto, cadrete nel vortice di confusione che è la mia amata città: Milano!
A presto!