Thursday, December 20, 2007

Conclusioni al Principio

Bene,spettabili amici immaginari per cui è scritto questo blog, e d'altronde, io detesto la forma blog... A questo punto, ora che s'affaccia l'inizio di una nuova avventura di questo scrittorucolo da strapazzo e fa capolino l'idea di una nuova avventura per Camporosso e Gatto, credo abbisogni dire due parole. In realtà, 30libbre, quello vero, definirebbe inutili anche queste come le prime 60 cartelle del mio manoscritto, ma codesto è un blog, e vanno ivi scritte un mucchio di facezie e vanità, di seguito.
Mi trovo che, se Dio vuole, ho appena abbandonato lo status di "aspirante scrittore" per quello assolutamente privo di significato ma così fico di "Scrittore". Ora alle ragazze potrò dire "Scrivo libri" per sentirmi dire "Ah..." e quindi aggiungere "Mi trovi in libreria", anzichè far la figura barbina e bambina di dire "Sai, mi piacerebbe fare lo scrittore, ma è difficile..."
Ed è davvero difficile: il mercato editoriale è popolato di aguzzini, strozzini e massoni, grazie al cielo ci sono anche Signori Editori, ed Eclissi è la Signora che ho incontrata.
Non ho mai smesso di ripetere che l'unico futuro che vedevo per questa mia passione, che può essere o meno un talento ma è innanzitutto una passione, era quello di trovare una Casa che credesse in me tanto da investirci: altrimenti avrei continuato a fotocopie, o smesso nella frustrazione.
Ho trascorso un anno a giocarmi questa opportunità, ho investito danari e tempo, 200 euro di fotocopie, 50 euro alle poste italiane, e altro, e altro. La continuità ha pagato. La fortuna. Ed ha pagato anche credere in quello che avevo scritto, per quanto ora voglia fare di molto meglio.
Non so se riuscirò davvero a scrivere il secondo romanzo che mi frulla per la testa. E non so cosa succederà, come andrà, niente. Realizzare un sogno è straordinario, ma comporta la responsabilità di dimostrarsi all'altezza di quel sogno.
Ma quel friccicore al culo e al cuore che mi ha accompagnato e dato la forza per ostinarmi anche dopo un anno ad incontrare Federica e Rosa, quel prurito fastidioso e stimolante è stato provocato da chi mi ha letto e mi ha sostenuto e mi ha criticato e mi ha chiesto di non fermarmi.
Accendo una paglia rollata a volte, ringraziando e confidando in loro, i miei esclusivi lettori, lettori da birra, da Villa, da serate in macchina, da strada a piedi, da mercato al gelo, da caffè al bar, da stereo nelle orecchie, da palpatine rubate, da non vali niente, da l'ho fatto leggere ad un collega. Quelli che hanno letto perchè gli interessava sul serio.
S'è fatta patetica, alla prossima...

Tuesday, December 18, 2007

ECLISSI PER UNO SCRITTORE - parte V

Insomma, come va a finire questa storia? Va a finire che le due candidate a "Mie Donne Preferite del 2007" mi fanno una proposta di edizione per Il Libro Nero del Gatto. Mi offrono un contratto, tutte queste robe serie qui, ed essendo anche la casa editrice seria, io non debbo sborsare un centesimo. Non diventerò ricco, forse, ma nemmeno povero.
Il giorno del mio onomastico il 4 Ottobre 2007, mi reco a casa di Rosa, scrittrice ed editrice, a firmare il mio contratto.
Che significa che il Libro Nero, col nuovo titolo "Milano è un'Arma - La Città Marcia", se Dio vuole, uscirà nel 2008 in libreria per i tipi di Eclissi Editrice nella collana I Dingo. Si, come il Dingo, ovvero il Quaglia! Spero sia il numero 5 o il numero 7!
Dire che tutto questo è stato un sogno che si realizzava, coincide a realtà. Sono perfettamente conscio che mi trovo semplicemente a compiere un primo insignificante passo, ma anche i primo passo, insicuro, instabile, goffo e vacillante, che ho fatto a due anni di vita fu il passo che mi permise di vivere tutto il resto della mia esistenza. Perciò so di non essere arrivato a nulla, ma so di poter cominciare ad investire sul prossimo passo.
Gianlucavilla, che qualcuno conosce anche come 25, mi diceva che nell'economia editoriale uno è considerabile scrittore quando desta l'interesse di una casa editrice. Eccoci.
Presto saprete tutto quello che per ora non so neanche io, mi piacerebbe fare anche un referendum sulle possibili copertine di Milano è un'Arma, ma sono in attesa.
Per ora mi beo delle mie ansie ed attese e cerco di scrivern un altro. Migliore.

Thursday, November 15, 2007

ECLISSI PER UNO SCRITTORE - parte IV

Torno dal mercato, sotto la pioggia. Dev andare al colloquio con la casa editrice, in bici, quindi piove. Opto per i mezzi, il tram 3, non mangio, mi rendo presentabile (Felpa dei Rifiuti; jeans da B-Boy usati; chiodo e anfibi; c'è da riflettere...) e parto con la mia valigetta di cartone fustellato e l'ombrello. Arrivo a piedi in piazza Bausan, appuntamento alle 16, sono alla fermata alle 14. La pioggia impregna Milano, adoro queste giornate, guardo tutte le milf e le studentesse, ascolto tutte le storie, origlio le conversazioni al cellulare. Il 3 arriva in Brera alle 15 e 30. Traffico. Di fronte al Piccolo Teatro il cocchiere apre il suo sportelletto e ci comunica che una testa di cazzo ha parcheggiato il Mercedes sulle rotaie e ci sono altri cinque tram in fila. Consiglia di intraprendere dei persorsi alternativi. Mi si pone il dilemma: aspettare seduto sul tram, o partire a piedi. Parto a piedi, e di corsa, sotto l'acqua, lungo le rotaie, che se il 3 si riprende lo riprendo. Arrivo alle Colonne, sudato, bagnato e pieno di freddo. Sul Tuttocittà ho studiato un altro percorso ora troppo lungo, quindi lo rielaboro sulla cartina di una fermata ATM. Ci sono. Trovo la via, e vado davanti al 7. Sul citofono però il nome non c'è. Portineria: chiusa. Cellulare: sono spiacenti, ma il credito è esaurito. Penso. Penso. Penso. Guardo lo scontrino su cui ho segnato l'appuntamento. Cazzo, dice 7. Flash: e se fosse 17, o 27? Vado al 17, e difatti avevo sbagliato indirizzo... Mancano 15 minuti, che fumo in due sigarette. Alle 15 e 58 citofono. Salgo nella splendida casa, molto elegante, della signora editrice, che solo ora che si ripresenta mi rendo conto essere l'autrice degli altri libri che ho comprato sotto lo stesso marchio. E mi sento un fesso. Sono bagnato, sudato, ho camminato nel pantano, nel fango, sgocciolo da ogni lembo, prima che entri in casa già mi offrono il caffè più gradito del 2007, poi lo vedo: pavimento BIANCO. Divano BIANCO. Arredamento BIANCO. Merda.
Vengo davvero bene accolto, professionali e gentili. Comincia il colloquio.
"Ma il razzismo imperante nel romanzo è proprio dell'autore o di un personaggio in particolare?"
Bene, cominciamo.

Tuesday, November 06, 2007

ECLISSI PER UNO SCRITTORE - parte III

Martedì di settembre. Torno dal mercato tardissimo, e proprio mentre mi sto per sedere a tavola, finalmente, alle 15 e 30, mi suona il cellulare. Guardo il numero, non lo conosco, sarà per qualche lavoro, per qualche assaggio. Risponde una voce femminile, la cosa mi spiazza, non sento mai ragazze, solo le mie ex. Anche le ragazze dei miei amici mi contattano solo via sms.
"Ciao, ti ricordi? Abbiamo letto il tuo manoscritto, ti va di incontrarci?"
Il sorriso ebete con cui ho vagato per la città nella settimana seguente è indescrivibile. Le reazioni dei pochi confidenti impagabili. E non era ancora successo niente...

ECLISSI PER UNO SCRITTORE - parte II

Sta di fatto che sono ad agosto da solo, a casa, a Milano. Ogni mattino alle 9 guardo un film di Totò su RaiTre, ne approfitto per vedere un po' di film, come Collateral, per leggere un po' di fumetti arretrati, i romanzi impilati. E per scrivere. Un istinto mi riporta di fronte ad un costosissimo quaderno Moleskine, e comincio a tratteggiare alcune idee per un possibile romanzo. Tutta merda, ovviamente. Appunti. Disegni, un sacco di disegni.
Apro la posta elettronica, ed una casa editrice, giovane ed intraprendente, mi offre la possibilità di consegnarle il manoscritto del Libro Nero del Gatto. Bene. La notizia non mi sconvolge poi tanto. Dieci giorni dopo, alla presentazione di un loro libro, io, spalleggiato da Gionny, consegno il manoscritto, imbarazzato e sudato. Oltretutto, a quella presentazione c'era anche Carletto ex Thrash Brigade.
E tutto passa.

Thursday, October 11, 2007

ECLISSI PER UNO SCRITTORE-parte I

Milano deformata dall'afa, ed io lì, la mimetica addosso assieme a tanto sonno, mezzo rincoglionito, che invece che andare al lavoro, al sedici di agosto, il giorno dopo esser tornato dalle vacanze, me ne vado a spasso per la mia città. La giro a piedi, come sempre. Camminarla è più appassionante, in bicicletta è più avventuroso, in macchina è una dannazione. Comunque...

Dove può andare un'anima in pena che vaga nella metropoli semideserta evitando di incrociare un tabacchino per non fumare... Ponte della Ghisolfa. Che da Affori non è poi un gran viaggio. La città sta posata sul suo asfalto come un felino rognoso addormentato. Gallone dovrebbe stare scrivendo il suo romanzo, quello nuovo. Solo il Libraccio Bovisa è aperto, ed una panetteria. Scelgo il Libraccio perchè sono tornato galvanizzato dalle ferie, e mi piace la commessa.

Un libro mi folgora. Milano A. Brandelli, di Andrea Ferrari. Classe '77, laureato, scrive un giallo dal titolo accattivante e bellissimo, con un detective sfigato che neanche beve e fuma. Cazzo, a me piacciono gli eroi alla Vampiri SpA, con gli armadi pieni di alcool e Marlboro per esorcizzare i demoni, e questo... e questo lo compro lo stesso, mi incuriosisce.

Torno a casa, e come tutti i libri che ho lo comincio. Chi mi conosce sa quanti libri ho. Quanti film. Quanti dischi, quanti fumetti. Tutti li ho cominciati (tranne quelli nel cellophan...). Se si tratta di una cazzata, stai sicuro che io ne ho perlomeno sentito parlare.

Mentre leggo,mi vien voglia di scrivere, lo stimolo. Prendo il mio costoso quaderno Moleskine e lo svergino, finalmente. Alle 5 del pomeriggio, dopo aver buttato giù venti righe soltanto, entro da Giuliano, mi bevo una birra e compro delle Marlboro rosse da 10 assieme ad una mia Lei. Come Brandelli, ma coi brutti vizi...

La mattina dopo, mamma e papà e fratelli se ne vanno in ferie, affidandomi i gatti. Sono solo, ed essendo i genitori anche i miei capi, non vado nemmeno a lavorare. Ottimo.
Scrivo. Poi accendo il computer. Controllo la posta. E mi ricordo che mi sono connesso soltanto per contattare l'editrice di Milano A. Brandelli. E gli mando una mail.
Poi c'è un film con Totò su RaiTre, e mi godo quello, due Marlboro, la gatta anziana e quella giovane seduto sulla panca in cucina. E attendo.

Wednesday, May 23, 2007

...silenzio...

Direbbe il Quaglia, "Perchè parlare se non hai niente da dire?".
Forse William aggiungerebbe il quesito "Se c'è qualcosa da dire..."

Tanti, troppi, tumulati progetti s'infrangono sulle scogliere del tempo rubato e sprecato, gli occhi non leggono, le mani non scrivono, la ghiandola fantastica non modella null'altro che immagini sterili su stralci di cartone abbandonati sull'asfalto sozzo e cocente dell'ammalata ammaliante prostituta virtuosa. La Città. La nostra Città, che a scorci pare Marsiglia, la New York di Kojak, Vienna e Parigi, Kobenhavn, Berlin Berlin, e non è nessun posto ed è tutti, soltanto per me, che ne inforco le cosce inforcando la bici, e mi perdo e naufràgo e abbandono nel ciclare onirico del sognarla sempre come la vorrei, candida, calda, vogliosa, cieco al suo corpo sifilitico di mestiere.

Vedo tante storie, e non le scrivo. Le orchestro, non realizzo, non creo.
Vorrei raccontarvi del bambino autistico che ogni giorno gioca nel parco col nonno, del figlio del poliziotto azzoppato che devasta i suoi giorni tra raglie e sbronze, di chi scopa alla cieca, del marocchino che odia gli egiziani, del diluvio, della città postatomica e postculturale, del furgone blindato, del re degli zingari, del capo dei pagliacci, della tromba al silenzio, del bingo, dell'ultrà corrotto e dell'ultrà fedele, del figlio malato, del padre vizioso, della vedova assetata di cazzo da ingoiare a più non posso di fronte alle figlie dietro al bancone del bar.
Non riesco. Mi sono perso. Tutte queste storie me le racconto da solo, non so più governare quel talento scarso ed innaturale che imputo sempre al mio amico Ismaele per non averci a che fare.

Quel talento, forse, è mio, lo confesso. Non lo so convogliare. Non lo so coltivare. Spreco il mio giorno a giungere a sera, e la notte ad attendere il giorno che sorge coi Puffi e i ricordi del bastardo che sono.

Debbo esperire. Debbo uscire dal tunnel del non trovare la Scelta, scegliere, vivere, Esperire.

Vi ringrazio tutti, voi che avete letto questi pochi, pessimi post ed i racconti correlati. Tanto più che vi conosco tutti, e senza ipocrisie, voglio davvero bene a tutti voi. Anche a chi pensa che questa sia la mia solita bugia.

Ed intraprendo il silenzio. Qui chiude il proscenio di una Milano che nacque per pochi, qui chiude l'inseguimento ad un traguardo che, a posteriori, non poteva essere il mio.

Soltanto alla fine, quando avrò forse esperito, quando avrò qualcosa da dire, si ricomincerà

Alla prossima volta, che non sarà qui, e non sarà altro che quando.

Saturday, April 28, 2007

Perchè accusare Berlusconi d'aver rubato alla Nazione, e poi comprare Sigarette di Contrabbando?

Perchè se uno Zingaro ammazza la gente ne ha una giustificazione sociale e va quindi aiutato, e se non si paga la tassa sulla spazzatura viene confiscata l'automobile o l'abitazione?

Perchè pretendere uno spazio sociale all'Isola, reclamarlo come un diritto, quando ci si è fatta soffiare dagli spacciatori Africani la stecca degli artigiani?

La strada pone di fronte a questi paradossi, lascia spiazzati e fa domande. Forse meglio finir giù dalla rupe neonati a Sparta che vivere col culo stretto nel lassismo totale d'una società affangata.
Per esorcizzare questi dubbi io ne ho scritto, ma qualcuno ha biasimato l'eccessivo peso dell'autobiografismo (?) narcisistico (??), qualcuno titolato della tumulazione culturalgerarchica dell'identità seguita dalla burocrazia anagrafica.

Guardate 300. E' un film magnifico. Qualche sciocco l'ha ridotto a film fascista.
Guardate i Puffi. E' la società perfetta. Qualche sciocco lo ritiene infantile.
Guardate fuori. Con i vostri occhi. Senza oggettività. Create mondi soggettivi. Pregate i vostri dei, se può esservi d'aiuto. Loro non lo saranno. Cadranno. Applicate la fantasia alla realtà. Ridipingete le pareti della vostra percezione.
Non guardate il mondo così com'è. Guardate al mondo come lo vorreste.

Ma che cazzo sto dicendo?

Thursday, March 22, 2007

22 marcio_Tesi di Laurea

Università Statale degli Studi di Milano.
Giorno di tesi di laurea, tra negri che cercano di piazzarti l'accendino o il braccialetto e giovanotti incamiciati ad un passo dal punto di arrivo di una carriera che comincia solo ora.
Dottori e professori, nella toga nera, coi drappi rossi, annoiati e sufficienti. Il giorno speciale della vita di ogni studente laureando per loro è una noiosa routine di lavoro in cui ascoltare lavori commissionati per burocrazia e considerati meno che inutili.
Il dottorando si siede, seguendo un rito vecchio come le pareti e gli arredi dell'aula napoleonica.
Comincia a parlare della legge, della giurosprudenza, astratta disciplina inesistente nella vita se non nei giornali e nei tribunali.
I parenti fremono, senza rendersi conto che probabilmente non vogliono avere un figlio come gli annoiati sciamani della celebrazione che gli siedono di fronte.
Silenzio.
Il Vecchio sfoglia il tomo redatto dal povero giovanotto incravattato, frutto di sacrifici e fatica e forza di volontà.
Poi il Vecchio permette al giovane di cominciare l'esposizione, senza interessarsene, mentre i suoi colleghi chiacchierano, messaggiano, tornano dalla seduta cacatoria nel cesso accademico. Vale più un pompino fatto bene o essere lì ora?
La Giurisprudenza è una scienza astratta o ha qualche valore pratico? Nel West la legge era dietro la stella sommaria di uno sceriffo. Oggi la legge si discute in tribunale.
Questo pensa il Matto che apre la porta napoleonica con un calcio. Si avvicina alla tavolata, ed apre una raffica di proiettili sui togati. Risparmia solo il dottorando, a quel tavolo.
"Avete sbagliato. Tutto."
Poi si rivolge al giovanotto giurisprudente: "Vedi di non commettere lo stesso errore..."
E se ne va.

Wednesday, March 21, 2007

21 lebbraio

Le comunichiamo che la valutazione finale del suo manoscritto è negativa, pertanto il suo lavoro non verrà ulteriormente esaminato da Alacrán Edizioni.



Con l’occasione Le porgiamo i nostri auguri per il Suo avvenire sia professionale sia privato.





La redazione



Immaginate di ricevere una mail del genere, a riguardo di qualcosa che avete creato ed elaborato per due anni mettendoci cuore e stomaco, sangre e sudore e silicio.
Immaginate che i Professori, i Dottori ed i Professionisti giudichino i vostri lavori fermandosi a pagina dieci, e non valutando la visione d'insieme.
Immaginate di seminare i vostri talenti nella merda, sperando che funga da concime, e scoprire che lo avete fatto per assimilazione, perchè i vostri talenti sono merda.
Immaginate.
Immaginate di avere sperato per scoprire di non essere capaci.
Immaginate che dopo aver digitato la parola FINE, qualcuno apponga la stessa parola ai vostri sogni, alle vostre ambizioni, alle vostre speranze.
Pensavo fosse Amore, invece era una Sega...

Tuesday, March 20, 2007

Niente.
Non cresce niente.
Amen.
Il romanzo perfetto ha 100 pagine: 25 d'esordio entusiasmante, pompini, cervella schizzate, ammiccamenti politici, stuproidi e troie, pistolettate gratuite. 70 scritte da un lavorante filippino a caso. 5 conclusive epiche o malinconiche o a sorpresa(comunque a sorpresa, se non si legge la parte scritta dal filippino)
La non realizzazione frustra la creatività, la facile realizzazione provoca una dissenteria creativa madre di mostri. Non faccio nomi. Step.
La musica?
La musica è finita, gli amici sono andati, chi non lavora è stanco, chi non è stanco s'è arenato.
Faccia di Culo. Ci vuole facciadiculo e gusto per la merda.
La masturbazione è un piacere labile, è un non piacere, è ammettere un dispiacere.
La Solitudine.
Questo silenzio dentro che è l'inquietudine di vivere la vita senza the.
Amen.
Berrò latte appena munto dal mio cazzo...

Tuesday, February 13, 2007

Papa Legba Traffics//Nero Pergola

Un nuovo racconto del Gatto!
Domenica mattina, ore 9:28.
Sono venuto a dormire alle 5 passate, ma il telefono squilla spietato ugualmente. Impantanato sotto le coperte immergo un braccio nel gelo della stanza e tiro su la cornetta. È Lulù. L’alzabandiera del risveglio si fa turgido e bollente. Se la immagino reggere la cornetta vedo le sue labbra che mi baciano lo scroto col glande pulsante infilato nell’orecchino a cerchio enorme che le pende dal lobo. “Dimmi”, dico imbarazzato. Mi avvisa che se voglio contattarla devo comporre un altro numero, ché la sera prima le hanno fregato il cellulare. “No, cazzo! L’avevi appena preso! Dove?”
Era andata a ballare in Pergola. La Pergola è una casa occupata autogestita, in via della Pergola, appunto, quartiere Isola, dove si va a ballare ad un prezzo d’ingresso proibitivo se considerata l’impronta politica che le si vuol dare. Poi oltretutto fanno pure entrare gratis i negri… “Sono stati quei negri di merda! Ci penso io!”, mi infiammo tricolore e mentre lei cerca di acquietarmi la saluto e butto giù, mi vesto e comincio a radunare la Brigata.
Camporosso no, è poliziotto e quello che voglio combinare non è proprio legale, sebbene sia giusto e doveroso. Comunque, per lui è meglio di no. Il Brucia è zoppo di nuovo, sarà a casa a contare le monetine della sua collezione o a fissare il soffitto per far scorrere il tempo. Il Pugile sarebbe l’ideale, ma non lo trovo, cazzo, da quando è morto la volta scorsa sembra Phoenix dei Cavalieri dello Zodiaco, non esiste più e compare solo nel momento del bisogno o quando non l’hai chiamato. Lupo, col cazzo che chiamo Lupo se si tratta di Lulù: è il semestre che stanno insieme, adesso, ma lei ha chiamato me, e non voglio dare a lui l’occasione di farsi bello di fronte a lei. Trentalibbre. È grande, grosso, oggi non lavora.

Aspettiamo sera, il mercato ne(g)ro di via della Pergola apre solo col buio, di giorno vanno a rubare: i Senegalesi spacciano in gruppetti di quattro e tentano di piazzare refurtive raccolte nel pomeriggio, i Marocchini spacciano di fianco, in via Dal Verme, non si mischiano ma si odiano, e la bella gioventù milanese và a dimenare il culo con la techno in Pergola o a stonarsi d’alcool al Frida, cortile trendy rimesso a locale. Poi escono, vanno dal negro che gli ha appena fatto il portafogli, e con un sorriso amichevole comprano dieci euro di pessima ganja. Gioventù di merda.
Parcheggiamo il Peugeot 806 di Trenta, e chi ti becco? Il mio avvocato, Guglielmo Roggero, che compra il fumo dai Senegalesi. Lo saluto, “Hai una macchia di sugo sulla camicia”, aggiungo. Willie, perché è così che lo chiamo, mi ha difeso al processo in una puntata precedente delle mie disavventure di questi ultimi anni, avevo ucciso un tipo che minacciava me e la Brigata ai tempi della faccenda del Kontenitore, ma è una storia lunga, potrei scrivere 120 pagine word se volessi raccontarla…
Saluto il negro, gli sorrido e rifiuto il fumo, Trenta mi aspetta accanto al suo monovolume, oddio, o si mette a dieta, o diventa un monovolume anche lui, non lo distinguo dall’auto, Willie sta lì con me. “Senegal, vorrei un cellulare Nokia nero, a sportello, ce l’hai?”
Lui ed i suoi soci, sono in quattro, come al solito, si dicono qualcosa in una lingua che pare il verso del tacchino, mi squadrano, non ho l’aria né dello sbirro né del fascio, si lasciano imbrogliare dal mio stile da punk/metallaro/sfigato, dal mio aspetto di Che Guevara denutrito di periferia: sorridono e mi fanno vedere tre cellulari, ma non sono quello che cerco. Sebbene il sangue mi ribollisca nelle vene visiono i telefoni e con una smorfia insisto sul modello che ho richiesto, così chiamano il Lou Ferrigno dell’Africa Centrale e tutta la sua cricca, un supernegro, quello arriva e mette in mostra tutta la vetrina. Lo vedo. Il cellulare di Lulù con ancora impiccato Winnie the Pooh inguainato un costume di Halloween in lattice viola. Afferro il telefonino ed il negrissimo Hulk me lo offre per 30 euro, ribatto “Devo pagare una cosa già mia?”
I negri si allarmano, nervosi estraggono le lame dai loro piumini d’oca colorati, gli occhi si socchiudono in fessure iniettate di sangue, i sorrisi brillanti diventano ringhi bestiali, io un po’ mi cago addosso e gli dico, “Calmo, calmo”, tiro fuori venti euro e glieli piazzo in mano, “Non più di questi”, dico, lui torna a sorridere soddisfatto, io lo mando a fare in culo sottovoce. Chiedo a Willie dove ha parcheggiato, lontano, bene, “Vieni con me, allora”, saliamo sulla macchina di Trentalibbre, io dietro, Trenta mette in moto mentre Willie lo saluta, partiamo, apro il portellone laterale ed accendo il panno della molotov, non effettuo un ottimo lancio verso gli africani, ma si cagheranno addosso. Willie mi dice agitato che non potrà aiutarmi granché, stavolta, al processo, Trenta si complimenta con sé stesso per aver prudentemente coperto le targhe del Peugeot.
Che cazzo, comunque, ho presa in pieno con la bottiglia incendiaria una di quelle merde, cominciano a seguirci a piedi mentre la Torcia Umana di colore rotola in terra. Dei loro compari ci tagliano la strada e ci si parano innanzi, uno coi rasta indossa una tunica colorata che sfiora terra ed è pieno di pendagli con feticci e fotografie incorniciate: ci scatta una decina di foto, tranquillo, con una vecchia reflex Olympus, Willie si preoccupa per una possibile denuncia, invece il santone giamaicano ci fa segno col dito che ci taglia la gola.
I negri si fermano tutti intorno a noi, e ci osservano. Noi tre nella macchina non apriamo bocca e se potessimo forse piangeremmo. Dalla Pergola escono dei fottuti fattoni da Casa Occupata. C’è un gran vociare, ma d’un tratto cala un silenzio sacrale. Lo vedo per primo io, nello specchietto retrovisore. La carbonella di negro alla brace che la mia coscienza rimordeva d’avere ammazzato e non solo spaventato sta arrancando lentamente verso di noi, ancora in fiamme. Sembra un burattino manovrato male. Il Santone Fotografo ha le pupille ribaltate e schiuma idrofobo dalla bocca. Una certa memoria a fotogrammi e vignette mi sussurra nell’inconscio una parola, ma non la colgo subito, al momento sono solo terribilmente terrorizzato. Poi esplode nella mia testa e nel petto mentre la strillo, “ZOMBIE!”, ma Trentalibbre, più sveglio e cinico di me, ha già inserito la retro, impresso la scritta Pirelli degli pneumatici sul cadavere vivente della rediviva Torcia Africana, intrapreso in retromarcia piazza Minniti speronando una vecchietta su una Fiat Punto, e scheggiato verso casa mia, in silenzio. Forse se non ne parliamo non ce lo ricordiamo, forse se non ne parliamo non è mai successo.

Ci barrichiamo in casa mia cagati sotto, più che per quello che abbiamo visto, per l’atmosfera malsana e malevola dello Sciamano e del tizzone negro come il carbone che si rianima e ci viene incontro. Willie, che non legge romanzi, ma solo saggi di entomologia e biologia, fornisce una spiegazione razionale e scientifica dell’accaduto: lo Sciamano avrebbe avuto un attacco epilettico dovuto alla tensione del momento; la scarica d’adrenalina avrebbe reso insensibile alle ustioni ed al decesso Carbonello. Io, che sono un cretino, penso a Romero, ai fumetti, ad una puntata di Starsky & Hutch, continuo a battere i denti percependo intorno a me loa voodoo, Papa Legba, morti viventi. Le foto. Mi spaventano le foto, morire tra atroci dolori dilaniato sulla celluloide da spilloni malefici. Trenta non si scompone, mette a bollire l’acqua per la pasta e s’accende una sigaretta, preparandosi un Campari col bianco.

Mangiamo tanto e beviamo di più. Siamo tutti imbriachi e sragioniamo sul da farsi: Willie si rammarica di aver perso grazie alla mia molotov la fiducia del suo pusher di fiducia, Baba; Trenta ci vuol costituire all’ispettore Camporosso; io vorrei un fucile con proiettili BumBum in argento. Verso le 3, mentre in TV guardiamo una donna nuda con le smagliature che da un divano soddisfa le sciocche fantasie erotico-telefoniche di una voce identica a quella del nostro professore di Filosofia al liceo, qualcosa batte contro le persiane: do un’occhiata alla e dalla finestra, mezzo intontito dal sonno e dal vino, in strada non c’è niente.

Abito in una casa di corte ad Affori, al secondo piano, un non luogo periferico milanese annegato tra cortili di corrieri trasportatori, piccole fabbrichette, tir parcheggiati, cantieri edili in animazione sospesa: di notte, qui, è tutto morto. Solo il buio lacerato da lampioni arancioni, un semaforo frustrato dall’indifferenza dei piloti lunatici, ed un pascolo di auto posteggiate sullo sterrato di fronte casa mia. Vaffanculo!
Noto una trentina di giganti incappucciati accovacciati tra le auto! I loro occhi bianchi son tutto ciò che ne tradisca la presenza! Fanno parte dell’oscurità che ci assedia, poi, da sotto la mia finestra stessa, sbuca in mezzo alla strada un arlecchino intunicato, lo Sciamano!

Lo Stregone mi guarda e ride, non so come faccia a riconoscermi da dietro le persiane. Estrae dalla sua borsa a tracolla colorata mimetizzata sulla tunica variopinta una delle foto che deve averci scattato davanti al Pergola, è una foto di Trentalibbre, lo riconosco perché la foto è grossa come la copertina di una rivista di moda: poi il Santone mi mostra uno spillone e lo infila in mezzo agli occhi di Trenta. Io guardo il mio amico, enorme, massiccio, sembra una delle Due Torri del Signore degli Anelli, che tranquillo, guardando la tv seduto in poltrona, si stropiccia gli occhi. Cazzo!
Ributto l’attenzione al negro dai mille colori, ed ora estrae una foto del povero Willie, il mio avvocato, il mio confidente sentimentale da quindici anni, che adesso sta bucherellando il mio divano con le caccole della canna che si sta fumando con Trenta, e lo Stregone fa il Vudù pure a lui, gli infila uno spillone in gola, un brivido lungo la schiena, mi si accappona la pelle e non ho neanche il coraggio di girarmi a guardarlo, lo sento solo tossire convulsamente, cazzo, cazzo, ho gli occhi inchiodati sullo Stregone Vudù e non riesco a distoglierli, soprattutto perché ho il presentimento di chi sarà la prossima vittima, e difatti, eccomi, una mia foto, un primo piano confuso del mio volto teso, prende tre spilloni, che cazzo, ce l’ha proprio con me, me ne infila uno in un occhio, uno in gola ed uno nelle tempie, avverto tre fitte insopportabili, mi manca il fiato, sento il petto che mi esplode, caccio fuori la lingua perché mi sento soffocare, mi volto verso i miei amici… Trenta intima a Willie di non soffiargli il fumo negli occhi, Willie chiede scusa e si lamenta della scarsa qualità della ganja che gli han venduto, gabbini fecciosi, m’han dato un bidone, impreca. Solo guardando i miei goffi compari impegnati in uno sketch a cui ho fatto l’abitudine m’accorgo che in fin dei conti non sento alcun disturbo, tutte quelle fitte che credo di sentire scompaiono non appena le dubito. Bene, dunque, sono immune al Vudù di arlecchino! Ma i trenta zombie giganti accovacciati ai suoi ordini?

Ora, lo ammetto, sento un brivido alle braccia ed avverto una sensazione di fastidio, come uno stimolo doloroso, al pisello. Come se stessi per pisciarmi addosso. Devo essere più pallido del solito, perché quando mi volto Trentalibbre e Willie mi chiedono che ho. Ho visto un fantasma? “No, degli zombie…”, sussurro a singhiozzo. Allora Trenta si solleva e viene alla finestra, e li vede. Ordina a Willie di spegnere tutte le luci, poi và in cucina e mette a bollire tutto l’olio che trova in dispensa. Mi chiede se possiedo delle armi, recupero la mia maledetta katana, una mazza da baseball scheggiata, un set di Miracle Blade –se lo chef Tony ci taglia le lattine, chissà che può fare alle teste di non-morto-, una fionda, ed una pistola di plastica a pallini di gomma con un puntatore laser che sfalsa la mira di almeno 45°. Willy telefona a Claudio Capurso, appuntato dei Carabinieri e nostro amico da sempre, e mi rendo conto che nell’epoca dei telefonini sarebbe inutile comunque tagliare la linea telefonica ad un assediato. Spostiamo i mobili davanti agli ingressi, rovesciamo i tavoli, serriamo le finestre. Sono le quattro meno un quarto. Che aspettano ad attaccare?

Trentalibbre, schiena contro il muro accanto alla finestra del soggiorno, rompe il silenzio di questa attesa inquieta con una delle sue riflessioni sofistiche: “In un certo senso, li puoi definire davvero morti viventi. Agli occhi della società, non esistono, sono morti, ma ci sono, sono vivi. Sono presenze, spettri. Sono morti che cercano di vivere, e per avere una vita sono costretti a mangiare vite. Non sono cattivi, sono ferini, uomini che non sono più uomini. Un cane idrofobo lo sopprimi. Per loro esisterebbe un antidoto, ma è più comodo lasciar che la malattia decorra, e nel caso diventi nociva, sopprimere il malato…”
Smetto d’ascoltarlo perché avverto un rumore come un presentimento. Sollevo la testa dietro il tavolo rovesciato e butto una fugace occhiata in strada. I miei zombie sono usciti dai loro oscuri nascondigli e si stanno schierando in strada, pronti a stanarci. In mano hanno armi, bastoni e pistole, anomale per dei morti che camminano. Mi viene in mente l’esercito zombie decimato da Napoleone Wilson, sorrido, e lo cito: “Hai da fumare?”, Trenta mi porge una Marlboro media, la accendo, e continuo: “Sono nella condizione in cui ogni giorno è come una bella donna: quando ti accorgi quanto ti è necessario, t’ha già lasciato…”, e mentre concludo incerto che la battuta di Distretto 13 sia proprio così, il fumo mi và di traverso e gli occhi s’impallano.

Al semaforo, cinquanta metri più in là, vedo la mia principessina. È una storia un po’ complessa, ma tenterò di sintetizzarla: Gioia, una mia vecchia compagna di corso, di quando facevo finta di andare all’università, c’è sempre stata attrazione, ma ci sono sempre stati altri rapporti di mezzo; appena lei si laurea, si sposa, e comincia la mia fase di rimpianto, ma che cazzo, mi faccio gli affari miei; poi una sera ci incontriamo in una birreria metal di Sesto San Giovanni e ce lo leggiamo in faccia, e mentre suo marito conversa coi miei compagni di bevuta, io le azzardo in un sussurro: “Domenica, a casa mia, fa finta di essere uscita con le tue amiche”, non aggiungo altro, lei non risponde ed io non attendo risposta. Se vorrà, la vedrò arrivare…
E porco cazzo è arrivata davvero, ma nel momento più sbagliato opzionabile!
Deglutisco rumorosamente, non so più se per il timore dei miei zombi o l’imbarazzo di far incontrare l’oggetto adultero delle mie fantasie erotiche a Trentalibbre e Willie, e prendo una somma decisione: “Chiudete la porta alle mie spalle, io devo scendere in strada!”

Mentre mi preparo a fare la mia incursione, indicando, senza dare le spiegazioni che i miei due amici si danno da soli, Gioia in strada, prendo su la mia Maledetta Katana con l’Elsa di Tigre, ed indosso il mio giubbino di pelle, l’Armatura Ronin, come nel miglior cartone animato nipponico ho le mie armi feticcio. Tiro su anche un paio di palle da baseball, che se le lanci fanno male e comunque fanno fare buona impressione con le ragazze se le infili nelle tasche davanti dei jeans. “Sono pronto! Chiudete, se va male mi rifugio in cantina!”, e sgattaiolo fuori. “Buona fortuna, Gatto!”, risuona alle mie spalle.

Ripeto, abito in una casa di corte, e funziona come un fortino, scendo le scale lungo i ballatoi e mi ritrovo in cortile, mi dirigo al cancello d’ingresso, è come essere nell’oceano in una gabbia circondata di squali. Non so bene cosa fare, ma apro il cancello pedonale e mi getto in strada a spada sguainata, mollo fendenti a caso verso i senegalesi che mi osservano perplessi, penseranno che sono impazzito, e quando realizzano, mentre corro incontro alla mia mogliettina adultera, ringhiano in coro e mi si lanciano addosso, qualcuno mi spara pure, un proiettile mi fischia vicino vicino, ma due elementi incorrono a salvarmi: il primo, sono Willie e Trenta che da casa mia lanciano sull’esercito Vudù secchiate d’olio bollente, sfollandolo in preda a urla lancinanti; il secondo è quello che io chiamo signor Kafka.

Il signor Kafka è un impiegatucolo che abita in via Grazioli, a qualche decina di metri da casa mia. Il signor Kafka soffre di forfora radioattiva, perché magari fa il radiologo a Niguarda, non lo so.Gli acari della polvere di casa sua, nutrendosi di questo particolare tipo di forfora mutante, hanno subito una trasformazione come le Tartarughe Ninja, e si sono ingigantiti. Ogni sera il signor Kafka porta i suoi tre acari, Rambo Commando e Scorpiorosso –infatti Predator e Terminator sono morti sotto un’auto due anni fa- a passeggio ai giardini vicino casa mia. So che la cosa sembra inverosimile, ma io mi rifiuto di pensare che esistano cani così brutti e feroci…

Comunque, gli acari atomici o cani deformi che siano del signor Kafka, a pipì nei dintorni col loro padrone, allarmati dalle urla dei negretti che m’assediano impellenti si presentan nella mischia, azzannando con le lor terribili fauci cosce e sederi degli zombie che mi stanno alle calcagna. Abbraccio la mia erofantasia insaporita di peccato e tradimento, la stringo forte a me, spingo con le palle da baseball per dar un’aria di virilità, lei si stringe a me e sente tutta la mia carica premerle contro l’inguine, mi bacia appassionata, io ricambio, mi volto, la tengo per un braccio e la trascino con me al sicuro nel cortile di casa mia, gli artigli ed i proiettili degli zombi ci seguono e cercano di afferrarci e trascinarci con loro all’inferno, ma con la sola forza della libidine riesco ad aprire il cancelletto, penetrare con Gioia nel cortile, salire le scale tenendola in braccio fino al mio appartamento, e tornare al sicuro tra i miei amici. Le sirene delle auto dei Carabinieri intanto si convoglian da ogni dove tutt’attorno all’armata delle tenebre, li sento scaricarsi addosso tonnellate di piombo a ripetizione, e quando guardo giù in strada, a terra solo i corpi dei miei nemici, e tra gli uomini in divisa, Claudio mi guarda, mi sorride e mi fa cenno col pollice che tutto è a posto, siamo salvi, abbiamo vinto. Mi giro, e dico a Trenta e Willie: “Ragazzi, conoscete Gioia, vero, vi prego di lasciarci un po’ d’intimità, sapete, abbiamo molte cose da dirci e credo lei mi si voglia concedere completamente, in ogni orifizio, stanotte e per sempre, quindi, avete mangiato, bevuto, fumato, forza, toglietevi dai coglioni”, e mentre sorrido a questa mia brusca e scherzosa battuta per eliminare il terzo e quarto incomodo dal mio talamo fedifrago, dal corridoio entra in soggiorno una tunica policroma, e dentro di lei un uomo di colore con gli occhi rovesciati all’indietro, lo Sciamano!, mi salta al collo ed affonda le sue zanne nella mia carotide, sbatto la testa contro il termosifone, poi non ricordo più niente.

Appena il Gatto terminò il suo racconto, Lulù inarcò un sopracciglio e rimase a guardarlo, in silenzio. Poi disse: “Gatto?”
“Dimmi”
“È una cazzata…”
“No, giuro, è andata così!”
“Ascolta, Lupo, sul Corriere della Nera, ha riportato una versione diversa e molto più verosimile dei fatti…”
Lupo era diventato, oltre che ragazzo di Lulù un due o tre volte, giornalista a tempo pieno per un noto quotidiano milanese, ed aveva titolato:

Milano: sgominato spaccio e ricettazione in strada: “Prendevamo ordini dai calabresi
Maxi rissa sfocia in retata antidroga
17 senegalesi coinvolti nel traffico. Il tutto parte da un litigio, disordini al CSOA Pergola

“Ma no, Lulù, è che su un giornale nazionale mica possono dirti che esistono zombi ed acari atomici, c’è un complotto, l’hai visto X-Files, no?, poi sai come sono i giornalisti, no?”
“Gatto?”
“Eh!”
“La tua storia è una cazzata. E tu sei un razzista di merda.”
“Perché? Siamo in un bar cinese!”
“Perché? Negri qua, negri là, a volte dai il voltastomaco a sentirti parlare!”
“Ma vàh, scusa, chiamo le cose col loro nome, no?, sarei razzista a fare attenzione a non chiamarli negri ma far giri di parole tipo ‘di colore’ o ‘nero africano’, in fondo negro è latino…”
“Seeh… e poi perché? Speravi di portarmi a letto con le tue fandonie Macho-Ku-Klux-Klan? Non bastava restituirmi il cellulare?”
“Ma…”
“… che poi magari se fossi stato sincero e meno disgustoso, te l’avrei pure data, ma come al solito, sei tu che rovini tutto… lascia stare, guarda, grazie per il cellulare, e vaffanculo…”Si alzò e scostò la sedia rumorosamente. Uscì senza guardare in faccia nessuno. Gli lasciò solo il conto da pagare.
Con il suo deja vù vorticante in testa, il Gatto si accarezzò i punti di sutura sul collo, seccò la birra e si alzò dal tavolino del Green Bar dove aveva invitato Lulù a bere l’aperitivo. La cinese dietro il banco gli chiese, “Vai a letto?”, il Gatto sorrise e rispose, amaro, “Magari… ci andrei con Gioia…”, avvertì una fitta alla nuca ed un vuoto nel cuore, aprì la porta del bar e cedette il passo ad un africano con indosso una tunica colorata ed al collo pendagli con foto b/n ed altri feticci, il nero gli disse “Grazie”, e lui rispose “Niente”, uscì in strada, accese una sigaretta, sollevò il bavero dell’Armatura Ronin e, con la non-morte nel petto, s’avviò verso casa.

Wednesday, February 07, 2007

7 Febbraio

Non rientro nel piano editoriale della Meridiano Zero. Pazienza.
Intanto, la fotocopiatrice ha allegato alle più recenti copie del Libro Nero il fumetto di 8 pagine realizzato dal maestro tatuatore Stefano Forte.
Attendo risposta da altri editori, senza farmi illusioni.
Nuovi racconti leggerete presto o tardi su questo blog.
Ciao Don! So che sei lì!

Sondaggi Sciocchi: Ma perchè ghallonz è single?
Perchè il Gatto non trova il lardo della pubblicazione?
Chi era secondo voi l'anonimo di settimana scorsa, una volta appurato che non fossi io?
Io conosco la soluzione di una su tre. Annalisa conosce la soluzione della prima domanda. Ma lascio spazio a voi...

Thursday, January 25, 2007

Racconto://Diane Dies

Al mio amico Dingo, operatore dell'Anima, appassionato lettore del Supremo Neil Gaiman.

phon9ca11_DianeDies

Aprile 1999
Squilla.
Squilla ancora.
Lei alza la cornetta, non risponde nessuno.
“’affanculo…”

Dicembre 1999
Il telefono. Nero compagno silente, soprammobile amato e temuto ed odiato, supplicato. Squilla. Lo fa per un po’. Quando Diana solleva la cornetta, sente solo un respiro prima che le riattacchino in faccia. “Ancora!”, lamenta lei. Qualcuno sussurra, ancora.

Giugno 2000
Non fa a tempo ad entrare in casa, che qualcosa trilla. È il nuovo telefono, quello a toni, quello con la rotella l’ha dato indietro a malincuore. Quasi non lo riconosce, poi capisce, e solleva la cornetta. Di nuovo nessuna risposta. Come ogni venerdì, da mesi, non ricorda quando sia cominciata. Ha chiesto anche la bolletta trasparente, me alle chiamate mute non corrisponde nessun numero. Addirittura, quelle chiamate non risultano. Il tecnico le ha detto che è un contatto: lei ha sbuffato, ha risposto che non conosceva disguidi tecnici ad appuntamento settimanale. Comunque, ha trovato lavoro, venerdì e sabato, giornata piena come commessa in un negozio del centro. Scarpe. La gente spende un sacco di soldi in scarpe per non andare da nessuna parte.

Gennaio 2001
Sapeva che non sarebbe durato per sempre, era un contratto a termine, ma i padroni del negozio, infami, con gli auguri di Natale l’avevano salutata senza rinnovo. Le avevano consegnata la busta con l’ultimo stipendio esclusa la settimana lavorativa dal 26 al 31, e le avevano detto che si trasferivano ad Ibiza: la figlia viveva lì da qualche anno, aveva aperto un bar chiuso nel giro di sei mesi, poi aveva trovato lavoro come ballerina, diceva di passarsela bene, certo se i genitori avessero potuto raggiungerla, se avessero potuto andare a stare con lei ora che anche questo nuovo lavoro sembrava fallimentare, forse lei avrebbe smesso di ingoiare getti di sperma per un tozzo di pane. Diana non l’avrebbe saputo mai, e non l’avrebbe mai raccontato né al suo gatto, né per telefono ad Alessa (‘senza i, fa meno provinciale’, aveva detto il padre all’ostetrica il giorno in cui lei era nata). Diana aveva scordato quel misto di curiosità, fastidio, rabbia e paura che provava alle telefonate mute del venerdì. Non l’avevano seguita fin in negozio, era passato tanto tempo, non le ricordava neanche più. Il telefono squillò. Era Alessa.

Settembre 2001
Venerdì. Le telefonate mute non arrivavano almeno da quando lei aveva perso il lavoro nel negozio di scarpe. Otto mesi di sollievo telefonico e disoccupazione. Diana s’era appisolata sul divano: il gatto le raschiò il naso con la lingua, forse per avvisarla che di lì a poco il telefono avrebbe preso a trillare. Lei si alzò, fece per andare in bagno, passò accanto al telefono, lo sfiorò con la mano, e quello suonò. Diana trasalì, rispose: “Pronto?”, la voce impostatamente cortese di chi ha lavorato in un negozio.
“Sono la voce delle telefonate mute. Che ne dici se ci vedessimo, che so, per una birra?”

Sabato. Certo, non era stato un invito romantico. Non puoi invitare una donna a bere una birra: è come chiederle di ruttare. Come invitarla a mangiare una fejoada messicana, di certo le staresti lontano dal culo per un paio di giorni. Gli uomini credono che le donne non reggano l’alcool, che non lo gradiscano, quindi la voce delle telefonate mute o voleva scoparla ubriaca, o aveva compreso da tempo che le donne bevono, cagano, ruttano, ed adorano il cazzo.
Comunque, la birra le andava, le andava che fosse la voce a pagarla, le andava di scoprire che faccia avesse la voce, le andava anche di fare qualcosa di diverso una sera che non fosse andare a vedere un blockbuster da Alessa o reggere il moccolo a lei e Claudio, le andava che Alessa credesse lei avesse un uomo. E le andava, in fondo, anche di conoscerlo, un uomo.

Non era un uomo. Questo, innanzitutto, deluse Diana. Era un gatto, un gatto grigio fumo stropicciato. Insieme ad un corvo con la cravatta ed un fermacravatta d’oro con sopra scritto Dingo. Almeno, l’aveva scelta dello stesso colore del becco, la cravatta. Insomma, le due bestie, entrambe col manto delle tonalità più scure del fumo, stavano sedute al bancone della locanda in cui l’aveva invitata la Voce, sugli sgabelli dove avrebbero dovuto essere l’uomo ed il suo cilindro nero. Diana non avrebbe potuto, per le proprie ristrettezze economiche, ma decise che forse avrebbe ordinato comunque una birra: sedette accanto al gatto acciambellato ed al corvo che la fissava, e cominciò a scorrere la lista. L’oste rispose al telefono, la guardò, guardò annoiato corvo e gatto e rispose che era arrivata. Diana lo spiò cercando di nascondere la faccia tra i nomi delle birre nella lista, quello le si avvicinò e le disse: “Puoi ordinare tutto quello che vuoi, ragazza, a quanto pare pagano loro…”, ed indicò il felino ed il volatile. Lei si voltò a cercare le persone indicate dalla mano dell’oste, e quando si rese conto di chi fossero, ordinò una Harp con molta schiuma e ammutolì.

Non era un uomo, ed aveva ordinato un Jack Daniel’s. Questo, in secondo luogo, stupì Diana: il corvo, non aveva capito come, aveva ordinato un Jack Daniel’s ed ora ci infilava il becco dentro, sollevava il bicchiere e sorseggiava l’ambra del whisky. Poi si mosse il gatto: si sollevò dalla sua posizione a ciambella, si stiracchiò puntando le zampe anteriori ed inarcando la schiena, carezzò Diana con la testa, fece un paio di fusa e saltò giù dallo sgabello. L’Uomo con il Cilindro entrò proprio allora, il gatto gli si fece incontro e gli si strusciò contro gli stivali in pelle nera. L’Uomo col Cilindro sorrise, un ampio sorriso giallo in mezzo ad un volto nero come la fuliggine. A lato del sorriso, un vecchio sigaro fumante in coltri spesse. Sedette sullo sgabello lasciato libero dal gatto.

Diana era un gran bel tipo: non era bella secondo i canoni di bellezza della fine del ventesimo secolo, ma era un gran bel tipo. Portava i capelli corti e tinti d’uno strano color porpora, impossibili a pettinarsi e perciò mai spettinati; aveva il seno piccolo, ma ben plasmato; e soprattutto, aveva un bellissimo sedere, sempre primo classificato di categoria nell’annuario clandestino redatto dai maschietti del suo liceo sugli attributi fisici delle ragazze della scuola. Era pallida, e questo faceva risaltare le sue labbra porpora come i capelli e carnose, e gli occhi parevano fessure d’ebano. Non fumava e detestava il fumo degli altri. Al sigaro del negro non importava.

Il Dingo seccò il Jack e svolazzò sull’appendiabiti a bracci a lato del banco: l’Uomo col Cilindro poggiò sul suo sgabello il copricapo, svelando dei lunghi capelli ricci e neri della stessa consistenza del legno. Diana pensò che in fondo il fumo non le dava così fastidio. L’uomo sembrava avere un’età indefinibile tra i venti ed i trecento anni, e questo la metteva un po’a disagio. Fu lui a parlare per primo.

“Grazie per essere venuta… anche se forse devi ringraziarmi tu per averti invitata…”, la voce del negro vibrava potente e bassissima nell’aere.
“Chi sei?”, chiese Diana.
“La Voce delle Telefonate Mute. Il Destino. Il Fato. Papa Legba. Chi vuoi tu”, e di nuovo quel suo sorriso giallo papiro.
“Bene, e che vuoi?”, Diana avvertiva un terribile senso di disagio e paura di fronte all’energumeno nero che le sedeva di fianco. Il gatto le saltò in grembo. L’Uomo col Cilindro rise forte, come un colpo di tosse.
“Senza mezze parole… Allora lo sarò anch’io. Dunque, le tue telefonate mute non erano di nessun amante troppo timido per parlare. Di nessun ex amante dispettoso. Di nessuna persona col microfono rotto che dovesse dirti le verità assolute della tua esistenza. Ero io.”
Diana arrossì delle sue fantasie svelate: “Che chiamavi a fare?”, rispose di getto.
“Chiamavo per controllare che tu abitassi ancora lì. Per noi è diventata dura, non abbiamo più lo stesso potere di un tempo, ora, quando andiamo a raccogliere qualcuno, dobbiamo andarci in macchina, i più sfortunati a piedi, e dobbiamo cercare il suo indirizzo sull’elenco del telefono. Perlomeno non paghiamo la bolletta…”
“Io continuo a non capire… che te ne frega a te dove abito io?”
Il negro rise: “Oh, ragazza, non potresti capire neanche se volessi. Io sono Papa Legba, e faccio solo il mio lavoro, come lo fanno tutti gli altri poveracci come me, da quel ricchione greco di Thanatos alla francesina anoressica con falce e sigaretta: raccogliamo le anime dei morti. Solo che io a volte i morti li faccio camminare…”, lo disse come se stesse ammettendo una marachella.
“Ma che cazzo stai dicendo? Tu saresti l’angelo della morte? Sei scemo?”
“Si…”, l’Uomo col Cilindro continuava a sorridere, “E si…”
Diana sbiancò. Poi, incredula, disse: “Dunque, sono morta?”
“Oh, no, mancano ancora un paio d’anni… è che a furia di sentire la tua voce per telefono mi è venuta voglia di incontrarti…”
“Un paio d’anni? Mi tocca crepare a ventotto anni? Cristo, mi tocca morire zitella…”, l’umana paura della morte prendeva possesso delle sue ginocchia, ed ogni dubbio razionale veniva respinto dalla figura irreale che le parlava di fianco. Il negro rise come se la cosa fosse buffa e nel ridere vibrò: “Ehi, calma, mancano ancora un paio d’anni, ma non si muore mai davvero…”
“Cazzo, due anni…”, fece un sorso di Harp e si zittì, poi chiese, con sospetto, “E che cazzo vuoi adesso, da me, oltre rovinarmi i prossimi due anni?”
“Papa Legba non rovina niente a nessuno”, soffiò il fumo fragrante del sigaro, “Papa Legba offre patti, affari per chi può aiutarlo a vivere meglio. Papa Legba porta la morte, e dona la non morte. Papa Legba sceglie chi prendersi, e tu sei mia giurisdizione. Papa Legba ti offre tre strade per sfuggire alla morte: la prima è uccidere Papa Legba, ma non è possibile uccidere chi domina la morte; la seconda è camminare nel mondo dei vivi da morta, ma Papa Legba assicura che è la via peggiore, marcire da non vivi; la terza è amare Papa Legba dall’erezione dura come il frassino, opzione consigliata; la quarta…”
“Avevi detto tre strade.”
“Tre è il numero perfetto, le cose devono sempre venire tre a tre: la quarta è collaborare con Papa Legba, assumere il suo ruolo nell’attività di ritiro, fare in modo che egli abbia un poco di riposo. Papa Legba vuole che tu scelga ora la tua strada.”
Diana lo fissò, come se non fosse riuscita a capire una sola parola vibrata dalle labbra carnose del negro; Papa Legba rinforcò il cilindro in testa, ed infine, nel silenzio totale di Diana, tuonò solenne: “Bene, la tua scelta è fatta… peccato, è tanto che non faccio l’amore con una donna… viva intendo… Hai scelto di diventare assistente di Papa Legba, ed in fondo te ne ringrazio infinitamente. Dingo ed il Gatto sapranno introdurti al tuo nuovo lavoro. Sei assunta.” S’alzò, sorrise del suo sorriso giallo, e se ne andò.
Diana ebbe solo il tempo di chiedersi se il negro fosse un pazzo necrofilo e se avesse davvero ancora solo due anni per trovare marito e lasciarlo vedovo, prima di rendersi conto che gatto e corvo fossero spariti e la Harp fosse finita. Ordinò allora un’altra Harp a spese “del tipo nero che era qua”, e solo quando, sfiorando la mano del barman per afferrare la pinta, vide accasciarsi a terra l’uomo dietro il banco e la cameriera ai tavoli chiamare l’ambulanza e gli infermieri affermare che non ci si spiegava come ma le funzioni vitali dell’uomo avevano sfiorato lo zero, solo allora cominciò a temere che tutto quel che era accaduto non se lo fosse soltanto sognato.

Il gatto ed il corvo la seguirono in strada. Lei se ne accorse, ma non ebbe reazioni di sorta, solo continuò a camminare. Tornò a casa, li chiuse fuori, ma non sembrò servire a nulla, loro semplicemente erano il buio dentro l’appartamento e quando accese la luce del soggiorno l’aspettavano ormai da tempo. Il corvo s’era versato del gin Larios, il gatto s’era semplicemente acciambellato sul divano: lei buttò il cappotto su una poltrona, e gli si sedette accanto, lui si stiracchiò, le strusciò la testa su una mano, e si riacciambellò. Dormirono entrambe profondamente, finché il sole non scacciò la notte.

Diana non ebbe sogni. Il corvo finì il gin. Il gatto sparì verso le sei. Dalle tapparelle filtravano alcuni raggi di sole ed il rumore del traffico di Milano. Erano le otto del mattino, era troppo presto, dal momento che non aveva un lavoro. Il problema forse era che fosse lunedì, mentre avrebbe dovuto essere appena cominciata la domenica: lei si rese conto di aver perso qualcosa proprio osservando scorrere il fiume di lamiere sotto la sua finestra, qualche decina di metri sotto, mentre sorseggiava del tè alla menta. Accese il televisore per controllare la data, e mentre ascoltava le notizie del giorno dopo, che era proprio lunedì, ma nove giorni dopo il sabato trascorso col negro, il corvo le porse un bicchiere di gin, ed afferrandolo lei si rese conto che le sue unghie erano diventate nere, come quando andava nei locali dark a dar mostra delle sue forme, e che stava accendendo la sigaretta che il corvo le aveva offerto. Stabilì che tutto era troppo assurdo, stava ancora dormendo, ma la cosa oltre a spaventarla la eccitava, la eccitava parecchio, sentì un brivido tra le gambe ed andò a guardarsi allo specchio: i capelli porpora s’erano macchiati di alcune ciocche nere che la rendevano una candela dalla fiamma color sangue, ed il viso le si era fatto più pallido, e quello sulle unghie non era smalto come si era augurata, e la sigaretta in effetti la trovava gustosa, e quando si guardò negli occhi, le fessure sottili color dell’ebano, lo specchio si spezzò in vari frammenti. Lei sorrise, carezzò il riflesso moltiplicato del suo volto fino a tagliarsi, non uscì molto sangue dal dito ferito, lei lo mise sotto il getto d’acqua del rubinetto, e vide l’acqua corrente imputridirsi e diventare torbida mentre fuggiva nello scarico del lavandino. Il telefono squillò.
Era Alessa.

“Claudio è uno stronzo!”
“Ciao, Alessa… che è successo?”, Diana era abituata a questo genere di conversazione telefonica, e non la trovava per niente stimolante. Per questo tirò il cavo fino in soggiorno e si mise alla finestra afferrando per il collo la bottiglia di gin.
“Ieri sera… siamo andati a ballare… e lui non ha fatto altro che parlare con una ragazza con la maglietta dei VnVNation… io gli ho chiesto di venire a ballare e lui invece è rimasto lì a parlare con ‘sta puttana… e tu dove cazzo eri finita che è una settimana che ti cerco… comunque, adesso basta! Gli ho detto che –CLIC-“, fine della conversazione. Diana voleva bene ad Alessa, ma in fin dei conti aveva proprio rotto i coglioni, e non era quello il momento. Il gin era finito, da prima che lo prendesse lei: si girò, guardò il Dingo, e quello le sorrise strafottente. Il telefono squillò.
Era il suo nuovo capo, il suo nuovo impiego.

Doveva darle alcune spiegazioni, il negro. Lei le pretendeva. Quello rise di gola, e le suggerì di mettersi comoda. “Papa Legba è un loa dei culti voodoo haitiani e africani. Io sono soltanto un Papa Legba, sono arrivato in Italia con le prostitute nigeriane da dieci euro a pompino, e sono cresciuto coi cubani ed i domenicani fino a diventare l’uomo bellissimo che hai visto…”
Diana non rise. Era in un casino più grande di lei: “Ascolta, come vuoi che io diventi un demonio voodoo, che sono nata a Niguarda?”
“Oh, non capisci. Il mio è un mestiere come tanti, ed altri fanno il mio stesso mestiere in tutto il mondo. La Bella Dama, Caronte, Thanatos, ce n’è un’infinità, perché gli uomini a morire sono tanti… Siamo angeli della morte, impiegati del trapasso, raccogliamo anime per chi ci crede, le altre le lasciamo a terra. Poco importa se il morto è Cristiano, Indù, Buddista, Ebreo, Musulmano. Certo, gli arabi poi ci restano male che dall’altra parte ci saranno 5 vergini in totale, ma li carichiamo tutti sul Ferry Boat di Caronte, e vanno tutti in villeggiatura forzata nello stesso posto. E poco importa chi è l’incaricato dell’accompagnamento. A me piaci tu, e ti ho assunta. C’est bien?”
“Ed ora tutto quello che tocco muore? Che sistema di merda è?”
“Sei tu che non sei capace, bimba!”, vibrò la voce del negro, “Puoi toccare chi vuoi e scoparti chi vuoi, basta non pensare alla morte! Capisci? Ti fai pompare da un maschio e pensi Lo Uccido, e quello ci rimane. È un metodo complesso, devi padroneggiare bene i tuoi pensieri, ma è possibile, io lo faccio, ad esempio.”
“E perché non sanguino? Perché ho dormito nove giorni? Perché non ho fame?”, rafficò isterica Diana.
“Le funzioni vitali del tuo corpo sono sospese, non ne hai bisogno. In realtà sono solo rallentate di migliaia di volte, invecchierai ed avvertirai la fame e la voglia, non sanguinerai copiosamente ma stillerai una goccia di sangue ogni dieci minuti, nel contempo le carni impiegheranno mesi a rimarginarsi, ed ogni anno per il tuo corpo sarà come una sola giornata. Compris, mademoiselle? E 9 giorni perchè le cose vengono tre la volta, tre per tre, che fa nove, non?”
“Perché hai chiamato?”
“Per dirti di prepararti, ma petit chat noir. Allenati su tutto quanto ti ho detto, è l’unico compito che hai per ora. Goditi questi giorni come le tue ultime vacanze, bella…”
E riattaccò.

Con Gatto e con Dingo furono mesi di allenamento concentrato e sfrenato divertimento. Diana portava avanti la sua vita come al solito, con Alessa e Claudio a bere e ballare e litigare, e portava avanti la sua morte in segreto, i soldi li recuperavano chissà dove il micio col corvo, lei poteva osare ogni cosa senza ripercussioni. Più acquistava sicurezza, meglio le andavano le cose, un sacco di ragazzi la corteggiavano, ogni tanto un’agenzia la pagava profumatamente per posare in servizi di moda dark o fetish, e non invecchiava e non ingrassava e poteva fumare seicento sigarette o bere litri di alcool senza alcun malore. Solo una volta s’era portata un tipo a casa che mentre glielo spingeva dentro da dietro aveva cominciato a sferrarle cazzotti sui reni chiamandola troia, e lei per sbaglio l’aveva ammazzato, ma era più rammaricata per essersi scopata uno stronzo che per averlo freddato. Al cadavere pensarono Gatto e Dingo, non si sa come, ed il periodo magico proseguì. Fino a quella maledetta serata in cui Alessa fu mollata da Claudio.

Alessa era disperata, al telefono. Claudio l’aveva tradita ed oltretutto l’aveva mollata per quell’altra troia, la solita storia. Ma stavolta lui non aveva invocato perdono, aveva rotto e ricominciato con un’altra. “Per favore, Diana, vieni con me, voglio strapparle i capelli, alla puttana, vieni con me!”
“Dove?”
“Stasera Claudio e la Troia vanno alla festa del Boga a Cesano, sono invitata anch’io, voglio ammazzarla!”
“Bèh, al massimo ci sono io”, ironizzò Diana, “Ok, andiamoci, passi tu?”
“Passo subito!”

Tra le lamiere incandescenti, in mezzo alla superstrada Milano-Como, Diana rivedeva Alessa strillare e sterzare tentando di evitare quell’auto che le tagliava la strada, una vecchia Ford berlina nera. Poi tutto si confondeva, la loro auto che capottava, il motore che s’infiammava, la pioggia che non bastava a spegnere quel fuoco. E Diana che, senza cintura di sicurezza, veniva sbalzata fuori dall’abitacolo, tanto non poteva morire più, e si feriva rotolando sull’asfalto bagnato, che cazzo, non si sarebbero rimarginate più, ci avrebbe impiegato mesi a chiudere quelle ferite…
Diana si sollevò, e guardò disarmata l’auto slabbrata, informe, in fiamme, qualcosa che pareva Alessa che ancora strillava sebbene ne fosse rimasto ben poco. Zoppicando, sotto la pioggia lenta e costante Diana si approssimò al rottame. Non c’era niente da fare.
La Ford nera tornò in retro. Diana si voltò, furiosa, decisa a giustiziare gli assassini della sua amica, e rabbrividì. Un tipo magrissimo, incappucciato, stava poggiato al cofano della Ford fumando una sigaretta, distratto dai suoi pensieri, dal lato del guidatore, con una lunga falce poggiata alla spalla. Il Negro, con un sorriso giallo stampato dietro il sigaro, era sceso dal lato del passeggero e le disse: “Niente male come primo impiego, eh?”
Diana non rispose, sentì soltanto la rabbia rapirla e spingerla al collo di Papa Legba, ma questi proseguì: “Quanto tempo è passato, dal nostro primo incontro, ricordi? Due anni. Ricordi, ma belle? Stasera tu muori, e diventi la Morte. Fantastique, non?”
Diana guardò nel metallo ritorto quale sarebbe stata la sua fine se non fosse scesa a patti con la Morte o i suoi agenti, e mentre Papa Legba l’accompagnava a raccogliere l’anima della sua migliore amica, prenderla per mano e condurla fino alle banchine dell’Aldiqua per mandarla Aldilà, mentre Alessa la guardava spaurita e muta senza capire granché, Diana pianse la prima lacrima e si sentì già stanca di quello sporco mestiere, mestiere di manovalanza. E s’accorse solo allora che, se aveva accettato lavoro dalla Morte, era soltanto perché amava la Vita.

Thursday, January 18, 2007

18 gennaio

Buonasera.
E' tanto che non ci si sente, ma tra fughe, fantasie sessuali bollate Chiquita, birre Moretti, pizzoccheri a Paccodanno, gatti e panini al prosciutto, il tempo è scivolato via.
Quali nuove, miei cari monitorspettatori?

Uno: con l'uscita del secondo cofanetto di The Shield, il telefilm scritto meglio della storia della tv, è partita su Italia 1 la Quinta Stagione dello stesso. Al giovedì, ore 22.55. Fatelo per voi, guardatelo.

Due: ho letto La Voce del Fuoco di Alan Moore (V for Vendetta, Watchmen, From Hell, La Lega degli Straordinari Gentiluomini, etc). Questo romanzo non è Narrativa, è Letteratura. Tradotto a dieci anni dalla sua pubblicazione anglofona, è sublime. Fatelo per voi, leggetelo. Idem per Come Dio Comanda di Ammaniti, non l'ho ancora finito, ma è qualcosa di eccezionale, forse la miglior opera italiana degli ultimi dieci anni tra quelle che ho letto. Per togliere quel forse lo finisco e riferirò.

Tre: sto elaborando dei raccontini da storie vere, roba veloce, quasi soggettistica. Di un nuovo romanzo si parlerà appena avrò riordinato la mia vita e la mia testa. Un nuovo racconto è quasi pronto.

Quattro: chi vorrebbe aiutarmi a girare un filmetto notturno milanese sulle tonalità del Gatto?

Bentrovati, caro pubblico inesistente o silenzioso, ed a presto.