L'armatura ronin, fetida, lercia, lucida di grasso e usura, la indossava con orgoglio, e rispetto. Ogni piccola cicatrice, ogni graffio sul cuoio dell'armatura, rappresentava una storia, e la reputava una bella storia, perlomeno, la Sua storia. La indossava oggi, rappresentava il sedimentarsi di ogni esperienza nella sua anima e nel suo corpo. Ci affrontava il futuro, ogni secondo, ogni giorno, senza fare un cazzo, certo, perchè la vita ti cade addosso, ti piove addosso, se sei disposto a bagnarti, la gusti appieno in ogni minuzia, altrimenti, apri un ombrello fatto di imposizioni, ti rintani in una casa che chiamano dignità, stato sociale, e diventa lavoro, titolo, auto, soldo, sesso, guardi piovere fuori, e racconti a te stesso che chi è fuori a bagnarsi è sfortunato, svantaggiato. Non vive davvero. Non ha le palle per entrare nella fortezza prigione che qualcuno, ghignando, chiama società.
Lui camminava sotto la pioggia, sognava di vendere parole, ed intanto le regalava. Ogni tanto intravedeva qualcuno alla finestra osservarlo e biasimarlo. Non gli veniva neanche da rompergli i vetri a sassate. Gli faceva pena, perchè non poteva uscire, convinto che la pioggia fosse sporca, convinto di voler stare a morire nella sua bara di pay-tivù e (in)dipendenza, convinto che uscir dalla routine ogni tanto fosse libertà, senza capire che la libertà è semplicemente un altro tipo di routine. La routine del fà-come-ti-pare.
Monday, October 30, 2006
La tragicomica favola del neo-fascismo
L’altro giorno, insieme al Brucia, il Gatto ha visto un film di Carlo Lizzani del 1976 intitolato “San Babila ore 20: un Delitto Inutile”. Le sue impressioni sono state che il film fosse tecnicamente ottimo, con una struttura strepitosa che anticipava di vent’anni la drammatica giornata dell’Odio di Kassovitz. Un film che trova il suo unico difetto nell’inverosimiglianza cialtronesca dei personaggi, ridotte a macchiette caricaturali e subdolamente faziose del movimento neofascista. Il film rendeva grotteschi e ridicoli luoghi comuni sulle destre: brutti, ottusi e cattivi, i fascisti si muovono in branco, hanno perversioni sessuali tipo provare l’orgasmo solo usando a dildo un manganello, usano violenza per coprire le proprie vergognose debolezze, sono dei codardi; i rossi, dal canto loro, sono figure dignitose ed eroiche, equilibrate, un comunista da solo tiene testa a trenta fascisti armati, i comunisti praticano l’amore romantico che i fasci non comprendono praticando solo lo stupro.
Il Gatto accende una sigaretta appena rollata e sottolinea che non condanna l’ideologia di fondo del film, non perché sia giusta, ma perché le ideologie sono roba che o le rispetti tutte o nessuna. Lui non ne rispetta nessuna. Condanna il macchiettismo parziale con cui viene connotato il drammatico fenomeno sanbabilino.
È un film di valore, comunque, per alcune idee, piccole, come la polizia connivente che sempre presente ignora premeditatamente ogni tipo di scontro politico, e grandi, come la caccia ed il delitto inutile finali, tra l’altro narrati con maestria cinematografica.
Dunque, un film, conclude il Gatto, che sarebbe stato pure bello se non rovinato da quel dogmatismo critico di un certo modo ottuso di fare politica a destra (vedi Renzo Martinelli con Porzus, ad esempio) e a sinistra. Un buon thriller, girato bene, ambientato in una distopia che eccede il realismo straripando in una favola, tragica per temi e intreccio, comica nello studio parodistico di personaggi portati non all’estremo, ma oltre.
Il Gatto accende una sigaretta appena rollata e sottolinea che non condanna l’ideologia di fondo del film, non perché sia giusta, ma perché le ideologie sono roba che o le rispetti tutte o nessuna. Lui non ne rispetta nessuna. Condanna il macchiettismo parziale con cui viene connotato il drammatico fenomeno sanbabilino.
È un film di valore, comunque, per alcune idee, piccole, come la polizia connivente che sempre presente ignora premeditatamente ogni tipo di scontro politico, e grandi, come la caccia ed il delitto inutile finali, tra l’altro narrati con maestria cinematografica.
Dunque, un film, conclude il Gatto, che sarebbe stato pure bello se non rovinato da quel dogmatismo critico di un certo modo ottuso di fare politica a destra (vedi Renzo Martinelli con Porzus, ad esempio) e a sinistra. Un buon thriller, girato bene, ambientato in una distopia che eccede il realismo straripando in una favola, tragica per temi e intreccio, comica nello studio parodistico di personaggi portati non all’estremo, ma oltre.
Wednesday, October 25, 2006
Milano sta morendo! (Neve Nera)
Andate sul Quartier Generale del Collettivo Kalashnikov, cliccando sul link a lato dello schermo. Leggete il post del 25.10.06. Ed allora conoscerete tutta la storia.
La storia di come è cominciato tutto. Anche il Libro Nero del Gatto. La storia di quattro ragazzi che cominciarono a suonare per gioco e per gridare. La storia di un sedicenne che si sentiva come se stesse accarezzando i testicoli del mondo pronto a strizzarli per stenderlo ai suoi piedi, ignaro che invece avrebbe passato il resto dei suoi giorni in una fellatio imposta. Una disfonia intitolata 101%Odio, Milano AnarcoCrustCore, il preludio, una storia finita e mai dimenticata, la prima storia.
Dal KCHQ potrete scaricare tutto il materiale reperibile di questa fase fondamentale della mia vita. Vi consiglio di farlo. Sennò mando il Pugile a casa vostra, e sono volatili per diabetici.
PS_grazie a Sarta e Puj per aver pubblicato la retrospettiva.
PPS_se non si fosse capito, 101%Odio era il nome del nostro primo gruppo musicale, in cui io urlavo.
Tuesday, October 24, 2006
Wednesday, October 18, 2006
Martedì
Sono accadute alcune cose, martedì.
La prima, in ordine cronologico, è che ho avviata la conclusione del racconto pilota di Camporosso, spero entro un mese di terminarlo e proporvelo su questo bloggo.
Poi sono stato a Villa Litta.
La sera ho trovato in viale Certosa, grazie a Giulia, un pub molto carino, una versione pulita e attraente del Nobel, di nome Black qualcosa, comunque è un irish pub, lo riconoscete, che offre birra a 4 euro (!), con 6 (sei!) varietà e fa pure tabaccaio quindi è proprio un posto strafigo dove passare la serata del pigro perdigiorno. Si dice abbiano pure il Risiko, ma se non rosiko, io a Risiko ci giuoco solo coi Carabinieri del Libro Nero del Gatto.
La cameriera di questo pub è una ragazza bellissima (si, si, è bellissima!) e deliziosa, simpatica e cordiale, dai lunghi dredd neri e gli occhi intensi, un'amica di Giulia, Michela. E questo splendido angelo metropolitano marchisgiano sta leggendo, tra un turno di lavoro ed una lezione, il mio romanzaccio.
Comunque, Michela abita in via Cannero ed ogni tanto scorge lo sbarluccichio della pelata di Raul.
Ma la cosa più importante è: BIRRA A 4 EURO!!!
La prima, in ordine cronologico, è che ho avviata la conclusione del racconto pilota di Camporosso, spero entro un mese di terminarlo e proporvelo su questo bloggo.
Poi sono stato a Villa Litta.
La sera ho trovato in viale Certosa, grazie a Giulia, un pub molto carino, una versione pulita e attraente del Nobel, di nome Black qualcosa, comunque è un irish pub, lo riconoscete, che offre birra a 4 euro (!), con 6 (sei!) varietà e fa pure tabaccaio quindi è proprio un posto strafigo dove passare la serata del pigro perdigiorno. Si dice abbiano pure il Risiko, ma se non rosiko, io a Risiko ci giuoco solo coi Carabinieri del Libro Nero del Gatto.
La cameriera di questo pub è una ragazza bellissima (si, si, è bellissima!) e deliziosa, simpatica e cordiale, dai lunghi dredd neri e gli occhi intensi, un'amica di Giulia, Michela. E questo splendido angelo metropolitano marchisgiano sta leggendo, tra un turno di lavoro ed una lezione, il mio romanzaccio.
Comunque, Michela abita in via Cannero ed ogni tanto scorge lo sbarluccichio della pelata di Raul.
Ma la cosa più importante è: BIRRA A 4 EURO!!!
Tuesday, October 17, 2006
Polizziottesco!
Da sempre appassionato al poliziesco all’italiana, fin da piccino quando mio zio Michele mi costringeva a seguire la serie di tutti i film con Maurizio Merli, Franco Nero e Tomas Milian facendomi da balio ad ogni mia influenza alle elementari, sebbene lui poi preferisse Giuliano Gemma e Bud Spencer, ho conservato una sorta di affetto misto a interesse per quel magnifico periodo cinematografico grazie alle ricerche cinematografiche del Collettivo Kalashnikov.
Sicchè ieri sera, grazie ad un nastro vhs avariato e rancido prestatomi dal Doktor Puj, ho conosciuto quello che mi permetto di definire il poliziottesco assoluto.
Si tratta de Il Grande Racket di E. G. Castellari, una pellicola del 1976 che per protagonista ci presenta un Fabio Testi (!) perfettamente a suo agio nel ruolo di un maresciallo di polizia frustratamente schierato contro un racket che impesta Roma fin nelle ossa.
Credo che probabilmente Walter Hill si sia ispirato all’incipit del film di Castellari per alcune scene de I Guerrieri della Notte, come riprese come la serie di fermoimmagine per presentare il Marsigliese, boss dell’estorsione, con musichetta funky piovuta dal niente deve avere per forza influito sui registi dei pulp ridoloni alla The Snatch. E la struttura ad anello del Grande Racket riesce a rendere perfettamente l’idea di umiliazione del senso di Giustizia fronteggiata dalla società, dal popolo, negli anni di piombo. Qui Testi fa si capire che il Poliziotto è Solitudine e Rabbia, non come il bel chiomato Merli.
Quello che colpisce è la sceneggiatura di ferro del film, che riesce a rendere l’idea di un’epopea compressa in due ore, mantenendo sempre un ritmo serrato e teso. E poi…
E poi questo è il blog del mio romanzo, quindi sfrontatamente mi permetto. Certo i personaggi di Castellari sono drammatici, mentre i miei son tragicomici, ma vedere Testi che non riesce mai a concludere un cazzo, oppresso dai superiori, perdente per condizione, riuscire a fare sempre una scelta che per colpa di altro si rivela sbagliata, mi ha posto davanti ad un Camporosso serio. E vedere Testi che a quel punto, perso tutto, mette su una squadra di perdenti e perduti, mi ha fatto pensare un poco alla Brigata Camporosso. E vedere Testi che poi comunque alla fine forse vince, ma forse non vince un cazzo, bene, era proprio una delle sensazioni che volevo rendere, ma trent’anni fa, su un registro e su tematiche diverse, c’erano già arrivati. Che dire poi della manipolazione della massa comunista per minacciare un supermarket che non vuol pagare il pizzo, dunque saccheggiato in nome del proletariato da ingenui che ingrassano invece il cancro della civiltà? E di quando il popolo, becero e bovino, si lascia influenzare dalle menzogne dei fomentatori delle masse per il linciaggio di un rapinatore inerme ed inoffensivo?
Il Grande Racket è il polizziottesco assoluto. Là in alto, con lui, stanno altri film, che però si distaccano dalla propria definizione per irrompere nel noir o nel thriller. Il magnifico Milano Odia-La Polizia non può sparare, di Umberto Lenzi, un nero che racconta del delinquentastro, e per questo ancor più pericoloso, Giulio Sacchi/Tomas Milian; il totale Milano Calibro 9, di Fernando di Leo, un nero che deifica nel pantheon degli antieroi l’unico Ugo Piazza/Gastone Moschin; ed il crudissimo Cani Arrabbiati-Semaforo Rosso di Mario Bava, thriller spietato e senza speranza con un grandioso Don Backy. Si, si, quello di Pregherò.
Sicchè ieri sera, grazie ad un nastro vhs avariato e rancido prestatomi dal Doktor Puj, ho conosciuto quello che mi permetto di definire il poliziottesco assoluto.
Si tratta de Il Grande Racket di E. G. Castellari, una pellicola del 1976 che per protagonista ci presenta un Fabio Testi (!) perfettamente a suo agio nel ruolo di un maresciallo di polizia frustratamente schierato contro un racket che impesta Roma fin nelle ossa.
Credo che probabilmente Walter Hill si sia ispirato all’incipit del film di Castellari per alcune scene de I Guerrieri della Notte, come riprese come la serie di fermoimmagine per presentare il Marsigliese, boss dell’estorsione, con musichetta funky piovuta dal niente deve avere per forza influito sui registi dei pulp ridoloni alla The Snatch. E la struttura ad anello del Grande Racket riesce a rendere perfettamente l’idea di umiliazione del senso di Giustizia fronteggiata dalla società, dal popolo, negli anni di piombo. Qui Testi fa si capire che il Poliziotto è Solitudine e Rabbia, non come il bel chiomato Merli.
Quello che colpisce è la sceneggiatura di ferro del film, che riesce a rendere l’idea di un’epopea compressa in due ore, mantenendo sempre un ritmo serrato e teso. E poi…
E poi questo è il blog del mio romanzo, quindi sfrontatamente mi permetto. Certo i personaggi di Castellari sono drammatici, mentre i miei son tragicomici, ma vedere Testi che non riesce mai a concludere un cazzo, oppresso dai superiori, perdente per condizione, riuscire a fare sempre una scelta che per colpa di altro si rivela sbagliata, mi ha posto davanti ad un Camporosso serio. E vedere Testi che a quel punto, perso tutto, mette su una squadra di perdenti e perduti, mi ha fatto pensare un poco alla Brigata Camporosso. E vedere Testi che poi comunque alla fine forse vince, ma forse non vince un cazzo, bene, era proprio una delle sensazioni che volevo rendere, ma trent’anni fa, su un registro e su tematiche diverse, c’erano già arrivati. Che dire poi della manipolazione della massa comunista per minacciare un supermarket che non vuol pagare il pizzo, dunque saccheggiato in nome del proletariato da ingenui che ingrassano invece il cancro della civiltà? E di quando il popolo, becero e bovino, si lascia influenzare dalle menzogne dei fomentatori delle masse per il linciaggio di un rapinatore inerme ed inoffensivo?
Il Grande Racket è il polizziottesco assoluto. Là in alto, con lui, stanno altri film, che però si distaccano dalla propria definizione per irrompere nel noir o nel thriller. Il magnifico Milano Odia-La Polizia non può sparare, di Umberto Lenzi, un nero che racconta del delinquentastro, e per questo ancor più pericoloso, Giulio Sacchi/Tomas Milian; il totale Milano Calibro 9, di Fernando di Leo, un nero che deifica nel pantheon degli antieroi l’unico Ugo Piazza/Gastone Moschin; ed il crudissimo Cani Arrabbiati-Semaforo Rosso di Mario Bava, thriller spietato e senza speranza con un grandioso Don Backy. Si, si, quello di Pregherò.
TROMAnzo
Questa è la brillante definizione che Danielino ha dato del Libro Nero del Gatto.
Spero di non scoprire che l'anonimo di ammazzailgattoammazzailgatto è il Dingo, perchè potrei spennargli la bionda chioma che sto morendo dalla curiosità, che è femmina, ma è anche felina!
Spero di non scoprire che l'anonimo di ammazzailgattoammazzailgatto è il Dingo, perchè potrei spennargli la bionda chioma che sto morendo dalla curiosità, che è femmina, ma è anche felina!
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